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Marco1971
Iscritto: 17 Gen 2005
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Inviato: Sab, 14 Mag 2005; 18:32 Oggetto: Congiuntivo sí o no? |
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Come promesso ieri sera in un altro filone, riporto l’articolo (quasi per intero) di Luciano Satta (Scrivendo e parlando, Usi e abusi della lingua italiana, Firenze, Sansoni, 1988) per chi crede nella «morte» di questo modo. Non vi spaventi la lunghezza, vedrete: è anche divertente!
| Citazione: | […] Riassumo la mia umile ma decisa posizione: «Credo che sia tardi», d’obbligo o quasi; ma «Desidero sapere se sia tardi» senza obbligo, va bene anche «Desidero sapere se è tardi.»
In quest’ultimo esempio e in quest’ultima affermazione ho un sostenitore eccezionale: «Io mi domando a mia volta quale finisce per essere, oggi, la verità di un vocabolario…»; autore, Giovanni Nencioni, [ex] presidente dell’Accademia della Crusca. Posso assicurare, per chi non lo sapesse, che uno non diventa presidente della Crusca con la stessa facilità (o faciloneria) con cui talvolta (o spesso) un altro diventa presidente del consiglio.
Una volta scrissi su un giornale: «Che la scuola italiana ha certe pecche di arretratezza è risaputo». Sul mio tavolino sfarfallarono decine di lettere: lei doveva dire «abbia», reclamavano concordi. E questa grande attenzione di molta gente per il congiuntivo fa piacere. Però la molta gente spesso è precipitosa. Se si prova a rovesciare la frase abbia dovrebbe stare sempre bene; però giudicate voi: «È risaputo che la scuola italiana abbia certe pecche di arretratezza». Un’identica ondata di proteste mi sommerse quando analogamente scrissi: «Che il sabato e la domenica sono i giorni piú importanti della settimana lo dimostra anche il lessico». Macché sono, siano, insorsero i lettori. E mi toccò ripetere il discorso della frase invertita: «Anche il lessico dimostra che il sabato e la domenica siano…» eccetera. Ma per dritto o per rovescio dimostrare che vuole l’indicativo, anche se la dimostrazione è del tutto soggettiva e niente affatto convincente: «Ora ti dimostro che la Terra ha la forma di un cubo». Semmai, il congiuntivo si darà a dimostrare come.
Un’altra volta scrissi: «Credo di ricordare che un tempo si diceva cosí». Nuova bufera epistolare: c’è credo, insorse la gente, dovevi usare il congiuntivo dicesse. Nossignori, fui costretto a rispondere nonostante l’evidenza, il mio indicativo dipendeva da ricordare, non da credere. Il verbo che avrebbe dovuto reggere il congiuntivo non era stato localizzato: è un altro bell’esempio di gente che esige il congiuntivo a vanvera, senza avere raziocinio o intuito sintattico.
Ho sempre difeso il congiuntivo, «Sembra che può bastare» e simili non mi vanno giú. D’altra parte mi affanno a predicare che il congiuntivo è roba fine, perciò godiamocelo a minuzzoli, senza sperperarlo, anche perché un congiuntivo ne tollera a malapena un altro nelle vicinanze: «Io penso che sia meglio che tu rimanga in casa». Via, non si tollera una frase come questa, ancorché esemplare:
«Spero che nessuno pensi che Roberto sbagli, qualora compri un libro nel quale trovi suggerimenti che lo persuadano affinché smetta di fumare».
Meglio lasciarlo fumare, questo Roberto.
Fuori dello scherzo, e fuori dell’esempio inventato, mi pare un po’ troppo adorna di congiuntivi (perfetti, indiscutibili uno per uno) questa frase di Giulio Andreotti: «Gli chiesi se pensasse che l’Unione Sovietica potesse fornire armi all’Egitto senza assicurarsi che, al momento dato, fossero usate nel senso giusto».
In difesa del congiuntivo cito e biasimo qualche scrittore (perché tra poco dirò che il congiuntivo è in eccedenza, ma bisogna anche far vedere i casi di congiuntivo «deficitario»). Giovanni Pascutto: «Fai finta che sono cieco. Guidami tu». È la fine, l’ultima frase di un romanzo, e per il pedante non è un lieto fine, speriamo che la guida sia molto ma molto migliore del tizio da guidare. Dello stesso: «Dio mio, avevo paura che non volevi piú saperne di me»; ed è da biasimare anche questo indicativo, pur se qui sentimentalmente si solidarizza con un disarmato tremulo implorante indicativo nel quale il dubbio solitamente attribuito al congiuntivo ha palpiti di speranza e che intenerisce, cosí gonfio di sgrammaticata dedizione; l’amore sopra tutto. Vincenzo Cerami: «… come se qualcosa mi stava mangiando»; speriamo, commenterà invelenito il solito pedante. Luigi Malerba: «Mi sembra che i romanzi non si scrivono cosí. Sembra anche al pedante.
Una puntata sulla politica, con un solo autore, il presidente del consiglio Bettino Craxi: «Io credo che c’è»; «Io penso che le nostre possibilità sono limitate» […]; «Ho l’impressione che mi avete portato fuori strada» […] Commento a Craxi: hanno detto che il potere logora, che il potere logora chi non ce l’ha, che il potere non logora ma corrompe (questo è lo scrittore Primo Levi); il pedante si limita a dire che il potere logora i congiuntivi di chi lo detiene.
Invece io mi permetto di trascurare il congiuntivo quando ciò è lecito (e se si perdona il bisticcio, è lecito anche ora che ho detto quando è lecito laddove qualcuno avrebbe preferito quando sia lecito, di cui riconosco tutta l’eleganza). C’è chi ha rimproverato me e altri perché scriviamo accade che, si dà il caso che con l’indicativo. Ma codesti altri e io ci sentiamo a posto seguendo la distinzione — pur da vedere con diligenza e badando alle eccezioni — che attribuisce all’indicativo la certezza e la realtà, al congiuntivo l’incertezza e l’opinione; e con accade che si vogliono introdurre eventi e situazioni reali, non frottole. Non c’è bisogno di un Accadde che ci incontrassimo, perché Accadde che ci incontrammo regge benone; e ugualmente sta bene Si dà il caso che oggi piove. Non è in discussione la bellezza di un Si dà il caso che oggi piova, specialmente se con vaga sottolineatura ironica o enfatica. E non si discute il congiuntivo nell’analogo vuole il caso che, essendo volere un verbo burbanzoso e democratico insieme, poiché pretende l’esecuzione di qualche cosa ma contemporaneamente pare metterla in dubbio: «Voglio che tu stia in casa», dice un coniuge all’altro; e guardate com’è bene educata e discreta la sintassi, che unisce al comando l’incertezza sull’obbedienza: io voglio, ma bisogna vedere se tu mi ascolti, l’imperativo si attenua appena viene enunciato, cosicché il volere si avvicina al pregare, e insomma il congiuntivo dà anche una mano a tenere la pace in famiglia.
E c’è un’altra errata opinione da combattere: che il congiuntivo sia «sempre» obbligatorio nel periodo ipotetico, quando manchi la certezza, vale a dire con i tipi della probabilità, e dell’irrealtà. Non è vero. Un periodo dell’irrealtà si può sistemare con un paio di indicativi imperfetti: «Se eri in casa ti telefonavo». E anche con l’indicativo e il condizionale: «Se scoppiava la bomba ci sarebbe stata una strage» (Romano Bilenchi).
Va bene, diciamolo pure, con metafora consunta anzi avvizzita perché piú pertinente, che il congiuntivo è il fiore all’occhiello della sintassi, ma pensate: un uomo che si mette (o che si metta) un fiore all’occhiello due volte il mese è leggiadro; se lo fa quattro volte è stravagante, dodici stucchevole, venti è rivoltante, trenta fa augurare che su quel fiore e chi lo porta calino schiere di api momentaneamente di cattivo umore. E chi non lo chiama fiore all’occhiello , il congiuntivo lo chiama gioiello. Ma siamo alle solite: nessuna signora si ingioiella per andare dal tabaccaio sotto casa a comprare un francobollo, a meno che non sia innamorata del tabaccaio. E si ricordi una cosa: la persona di poca istruzione dice «Se lo sapevo ti telefonavo» e va sul sicuro perché nessuno può rimproverare una frase come questa; obbligate la stessa persona a fare a meno dell’indicativo, e può darsi che vi sentiate dire «Se lo avrei saputo ti avrei telefonato»; insomma avete obbligato un parlante a parlare scorretto.
Come alla recluta appena arrivata non si mette in mano un mitra e non si dice di andare in cortile a sparare, cosí è meglio non imporre il congiuntivo prima di averlo messo bene in testa, propria e altrui. L’Italia pedante fa del congiuntivo una gloria nazionale come il paesaggio, i cipressetti in cima ai colli, il vino, Dante e gli spaghetti. È un modo che molti stranieri ci invidiano, si sente dire, al punto che si immagina una famiglia di stranieri, ben disposti a passare le vacanze in Italia, che vanno all’agenzia di viaggi a chiedere se sia da preferire il congiuntivo della riviera adriatica o quello della Versilia. Ma l’Italia pedante è anche l’Italia che il «suo» congiuntivo non lo conosce bene, si è visto; o perlomeno c’è di mezzo qualcosa che imbrana il parlante. Il congiuntivo impaurisce, e non tanto i giovanissimi che vanno a ruota libera, privi di ammaestramenti, quanto i grandi. Nel settembre del 1984 udii in televisione la persona piú importante in materia di istruzione, la senatrice Franca Falcucci, dire: «Mentre il Senato sta cercando di operare in modo che si potesse…». Per l’appunto era il primo giorno di scuola. Figuriamoci a giugno, avrà commentato qualcuno. Ma no, nessuno se ne accorse; e bisogna decidere se sia piú grave l’errore della persona importante o il fatto che tutti, a quel che pare, presero per buono quello che era uno sproposito.
E come esempio del disorientamento che il congiuntivo provoca almeno in chi lo usa all’impronta, parlando, senza la riflessione di chi deve metterlo per iscritto, basti. Ci sarebbero da aggiungere i faccino, i vadino eccetera. «Io credo che i bambini si divertino» disse una persona preparata e la cui professione faceva presumere un buon italiano. Con ciò non voglio dire che questa persona faceva meglio a usare l’indicativo, forse faceva ancora meglio a stare zitta. Si racconta di una mamma che, il primo giorno di scuola, accomiatandosi dal figlio che esordiva in terza media, gli disse prima di baciarlo: «Giovanni, vorrei tanto che tu sai bene il congiuntivo». Se sia barzelletta o verità, devo ancora saperlo. Ma quella seguente è verità. Una sera si svolse nella sala di un albergo una conferenza sul congiuntivo; e parlava uno che, come il firmatario di questo libro, raccomandava prudenza e moderazione, ricordando in quali casi l’indicativo poteva essere un buon rimedio. Dopo la conferenza, gli interventi degli ascoltatori; consensi e dissensi. Parlò per ultimo proprio un dissenziente, ossia un difensore strenuo del congiuntivo sempre e in ogni occasione. Cortesissimo, all’apparenza anche colto, finí rivolgendo al conferenziere queste parole: «Insomma, signore, ho l’impressione che lei ha antipatico il congiuntivo».
Ora qui desidero dimostrare due cose: primo, il congiuntivo è vivissimo, sbagliano tutti coloro che piangono su un congiuntivo in coma, anzi c’è un’eccedenza di congiuntivo; secondo, ma questo l’ho già dimostrato, non accoltello il congiuntivo, ne sono un difensore. Ma combatto l’eccesso: se un passante trafelato e con valigia mi ferma sulla via della stazione e mi domanda «Sa dirmi che ore siano?», giuro che gli do un’ora sbagliata e gli faccio perdere il treno.
La vitalità del congiuntivo. A Firenze si tenne, era il 1985, una specie di conferenza o tavola rotonda intitolata «Morte del congiuntivo». L’annuncio del decesso, dato anche con manifesti, provocò un affollamento di gente addolorata nella sala, che tuttavia non fu una camera ardente perché uno dei partecipanti al dibattito parlò di morte soltanto apparente e diede i risultati di una sua ricerchina fatta leggendo da cima a fondo due settimanali e quattro quotidiani. Su settecento esempi, che comprendevano i casi di indicativi leciti e i casi di congiuntivi che avrebbero fatto bella figura anche come indicativi (ecco perché si è parlato di eccedenza: i congiuntivi «voluttuari» sono novanta), gli indicativi che avevano l’obbligo di essere congiuntivi, gli indicativi proibiti, quelli la cui cifra avrebbe dovuto testimoniare la morte del congiuntivo, sono tre, e precisamente: «Qualcuno ha osato ipotizzare che quei soldi furono…»; «Si ritiene che la trasfigurazione attuale è oltre l’avanguardia»; «Lamenta che gli imprenditori lavorano all’estero». E quest’ultimo indicativo potrebbe essere difeso con buon successo.
Ora voglio dare alcuni esempi, su frasi di tutti i giorni, di congiuntivo obbligatorio o quasi, e di indicativo lecito se non opportuno. La linea di divisione sarà fra caso della certezza e caso dell’incertezza. Per il momento si lascia stare il periodo ipotetico, tranne l’esortazione, a chi non ha sufficiente confidenza con il congiuntivo, a usare liberamente l’indicativo, nell’ipotesi riguardante il passato (si precisa fra l’altro che questo libro ha il proposito di aiutare, e non quello di scoraggiare). La famosa iperbole «Se mia nonna aveva le ruote era un carretto» sarà una costruzione popolare anche nella sintassi ma, come il precedente esempio, «Se lo sapevo ti telefonavo, non ha niente da rimproverarsi, è inutile appesantire con «Se mia nonna avesse avuto le ruote sarebbe stata un carretto», il risaputo e quindi superfluo postulato che una anziana signora non è un veicolo e perciò non è un carretto nemmeno se si mette i pattini. Premetto che non do come oro colato gli esempi che seguono, fra l’altro segni evidenti della difficoltà di scegliere sempre bene. Vediamo.
Ecco subito una distinzione da niente, eppure da mettere in evidenza. Nessuna grammatica lo dice, ma accertare che è diverso da accertarsi che: «La polizia ha accertato che l’uomo era disarmato»; «La polizia si è accertata che l’uomo fosse disarmato». Mentre la polizia si accertava, non era ancora certa. Insomma, accertare è piú certo di accertarsi, se si perdona il giochino. Ma queste sottigliezze, chi le conosce? Ed è la stessa zuppa con assicurare che e assicurarsi che: «Assicuro che tutto funziona bene»; «Mi assicuro che tutto funzioni bene».
Poi, i verbi che indicano evento: «È accaduto che mi hanno rubato l’auto»; «Può accadere che mi rubino l’auto».
I verbi del dire: «Dicono, affermano che il paziente sta bene»; sí, indicativo, perché io metterei con l’indicativo anche la certezza soggettiva (ma i miei oppositori sono capaci di distinguere: indicativo ossia certezza se l’ha detto un primario di fama internazionale, congiuntivo ossia incertezza se l’ha detto un infermiere appena diplomato). Tutto può cambiare con una negazione, che riconduce all’incertezza: «Non assicurano che il malato stia bene»; però senza scomunicare chi usa l’indicativo.
Tuttavia bisogna badare alla negazione che afferma, e allora ci risiamo con la certezza: «Non c’è dubbio che ti ama», uguale a «È certo che ti ama». Piccoli inevitabili pasticci, ai quali si deve aggiungere la frase interrogativa, che per sua natura rimette in gioco l’incertezza, e riecco il congiuntivo: «Sei sicura che ti ami?».
Altro caso da discutere, o da spiegare bene a chi non sa il congiuntivo, e subito vedrete che non è facile. La sicurezza nel presente vuole l’indicativo: «Sono sicuro che Giuseppe è in casa». Ma la sicurezza nel passato è tutt’altro discorso, se nel frattempo i fatti hanno smentito la sicurezza: «Ero sicuro che Giuseppe fosse qui» (e invece no); qui fra l’altro l’indicativo disturberebbe perché verrebbe fuori «Ero sicuro che era», con una ripetizione un po’ noiosa.
Non si dimentichi, inoltre, la differenza tra il pensare uguale a essere del parere e il pensare uguale a riflettere sul fatto. Il secondo vuole l’indicativo. Sergio Zavoli, bene: «Avevo guardato le sue mani pensando che esse erano l’espressione massima della forma viva del padre». E altrettanto bene Claudio Marabini: «Pensò che dappertutto la vita continuava». Lo stesso accade di credere come atto di fede: «Credo che Dio esiste».
Cerco di prevedere e di prevenire sottigliezze e cavilli giocando di contropiede. Un cavillo è questo, già sentito: come la mettiamo con il sogno, che accade ma non racconta una realtà. Non ho dubbi: «Ho sognato che eravamo insieme», non «Ho sognato che fossimo insieme», per carità. La realtà, che poi è diversa dalla certezza, sta nel fatto che il sogno è avvenuto, come si è accennato: se uno sogna di dover baciare una megera e si sveglia urlando, l’urlo c’è stato; piú realtà di cosí. Ugualmente l’indicativo, e non il congiuntivo, è congeniale alla scommessa: uno deve scommettere che la sua squadra vince; se scommette che vinca, è troppo obiettivo e prudente per essere un tifoso.
Mi piace dare un esempio di congiuntivo «eccedente» — ossia, l’indicativo sarebbe stato perfetto — citando uno dei piú eleganti prosatori di oggi, Carlo Laurenzi: «A riprova che almeno fra noi André Gide sia piú citato che letto, ecco un fatterello forse imbarazzante».
I pericoli del congiuntivo sono anche pericoli concreti: una fabbrica di pentole deve garantire che le pentole sono inossidabili, se garantisce che siano inossidabili, le conviene riconvertirsi e fabbricare biciclette; beninteso, garantendo che le ruote girano, e non che girino, sennò siamo da capo.
Sulla certezza e sull’incertezza mi sia concesso raccontare un altro episodio. Era una domenica sera, e il conduttore del telegiornale, uno dei piú bravi, riassumendo la domenica sportiva annunciò: «È successo che il Napoli abbia perso e che l’Atalanta abbia vinto». Ebbi qualche perplessità, che tuttavia non espressi pubblicamente, finché una lettrice di certe mie chiacchierate giornalistiche ebbe le stesse perplessità e mi istigò a scrivere. Ne nacque una disputa fra il conduttore e me. Egli sostenne che il suo congiuntivo intendeva sottolineare, anche per le conseguenze che l’evento calcistico ebbe sul concorso pronostici, un fatto che nessuno prevedeva. Io giudicai non certo errati ma soltanto inutili quei due congiuntivi; l’argomento per giustificarli mi sembra, come mi sembrò allora, piuttosto discutibile. Potrei rispondere con uno scaltro cavillo: poiché la partita era proprio Napoli-Atalanta, se è fuori del comune che il Napoli abbia perduto è matematico che l’Atalanta ha vinto, quindi almeno il secondo verbo stava bene con l’indicativo. Ma questa è una sottigliezza spregevole. Allora insisto sul fatto che nessuno prevedeva. E penso: se quel conduttore di telegiornali esce di casa durante un meraviglioso pomeriggio estivo, va alla Rai, lavora, e rincasando a piedi viene infradiciato dalla testa ai medesimi per opera di un improvviso acquazzone, aperto l’uscio di casa dirà sicuramente alla moglie: «È accaduto che un temporale mi abbia sorpreso». E la moglie scuoterà la testa, non per il marito bagnato ma per il congiuntivo superfluo. In ogni modo, nella distinzione fra certezza e incertezza questo conduttore non deve essere molto esperto, se un paio di mesi dopo il congiuntivo calcistico annunciò: «Un fatto è certo: i morti sarebbero tre». Tutti sanno che il condizionale, specialmente nello stile giornalistico, vuole indicare che una notizia non è certa.
Invero qui si è parlato di congiuntivo, e il condizionale c’entra poco; ma si sa che c’entra molto nel periodo ipotetico. Si guardi allora, appunto, la voce IPOTETICO. |
E con questo, speriamo di aver fatto chiarezza una volta per tutte…  _________________ Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro.
Ultima modifica effettuata da Marco1971 il Sab, 14 Mag 2005; 20:27, modificato 1 volta in totale |
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arianna
Iscritto: 17 Feb 2005
Messaggi: 161
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Inviato: Sab, 14 Mag 2005; 19:15 Oggetto: |
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L'è chiaro che l'intenderebbe ognuno ' ' _________________ Felice chi lancia i pensieri come allodole
in libero volo verso i cieli del mattino!
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Arianna |
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Brazilian dude
Iscritto: 12 Apr 2005
Messaggi: 553
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Inviato: Sab, 14 Mag 2005; 19:58 Oggetto: |
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| Citazione: | | Nel settembre del 1984 uddii in televisione la persona piú importante in materia di istruzione, |
Uddii?
Brazilian dude |
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Marco1971
Iscritto: 17 Gen 2005
Messaggi: 1461
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Inviato: Sab, 14 Mag 2005; 20:15 Oggetto: |
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Certo, udii, che c’è di strano?  _________________ Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro. |
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Brazilian dude
Iscritto: 12 Apr 2005
Messaggi: 553
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Inviato: Sab, 14 Mag 2005; 20:25 Oggetto: |
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In udii niente, in uddii tutto.
Brazilian dude |
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Marco1971
Iscritto: 17 Gen 2005
Messaggi: 1461
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Inviato: Sab, 14 Mag 2005; 20:28 Oggetto: |
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Grazie della segnalazione. Ho provveduto a correggere. _________________ Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri nell’uso suo, et è sí potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro. |
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Brazilian dude
Iscritto: 12 Apr 2005
Messaggi: 553
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Inviato: Sab, 14 Mag 2005; 21:09 Oggetto: |
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Prego.
Brazilian dude
P.S. Sapevate che prego significa chiodo in portoghese? |
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lettore
Iscritto: 14 Mar 2005
Messaggi: 293
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Inviato: Sab, 14 Mag 2005; 21:29 Oggetto: |
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| Brazilian dude ha scritto: | | Sapevate che prego significa chiodo in portoghese? |
...."il segno è arbitrario".... |
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Brazilian dude
Iscritto: 12 Apr 2005
Messaggi: 553
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Inviato: Sab, 14 Mag 2005; 21:31 Oggetto: |
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Non capisco (mannaggia, ho rovinato una battuta )
Brazilian dude |
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lettore
Iscritto: 14 Mar 2005
Messaggi: 293
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Inviato: Sab, 14 Mag 2005; 22:09 Oggetto: |
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Non era proprio una battuta ma la citazione di un principio enunciato dal "papà" degli studi sul linguaggio (de Saussurre):
"Ad ogni Significato corrisponde un Significante e viceversa. Nello specifico il Significante è, possiamo dire, il mezzo fonico o grafico che veicola il Significato della parola in questione. Il fonema o grafema "cane;" corrisponde all'immagine mentale del cane, che definisce il Significato.Al segno, fatto appunto di Significante e Significato, corrisponde poi il referente extralinguistico, un oggetto della realtà, nel nostro caso l'animale a quattro zampe in questione. Nella teoria del segno di Saussurre c'è un aspetto fondamentale: ossia che il rapporto tra Significante e Significato è arbitrario. Non c'è nessuna legge naturale che lega il Significante al suo Significato. In sostanza, non c'è alcun motivo logico, né linguistico, né naturale per cui al grafema "cane;" si debba associare l'immagine mentale del cane, ma è in virtù dell'arbitrarietà del rapporto tra Significante e Significato, che il sistema funziona. L'arbitrarietà del segno sta alla base del funzionamento di una lingua".
Il fatto che il "nostro" prego significhi in portoghese chiodo, mi sembra un esempio calzante del desaussurriano principio.
(Mi scuso per la divagazione).
Ultima modifica effettuata da lettore il Dom, 15 Mag 2005; 1:34, modificato 1 volta in totale |
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Brazilian dude
Iscritto: 12 Apr 2005
Messaggi: 553
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Inviato: Sab, 14 Mag 2005; 22:12 Oggetto: |
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Ah sí, adesso capisco. Grazie per rinfrescarmi la memoria.
Brazilian dude |
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Adsertor_in_libertatem
Iscritto: 13 Mag 2005
Messaggi: 5
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Inviato: Dom, 15 Mag 2005; 9:46 Oggetto: Re: Congiuntivo sí o no? |
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[quote="Marco1971"]Come promesso ieri sera in un altro filone, riporto l’articolo (quasi per intero) di Luciano Satta (Scrivendo e parlando, Usi e abusi della lingua italiana, Firenze, Sansoni, 1988) per chi crede nella «morte» di questo modo. Non vi spaventi la lunghezza, vedrete: è anche divertente!
| Citazione: | | [size=14][…] E si ricordi una cosa: la persona di poca istruzione dice «Se lo sapevo ti telefonavo» e va sul sicuro perché nessuno può rimproverare una frase come questa; obbligate la stessa persona a fare a meno dell’indicativo, e può darsi che vi sentiate dire «Se lo avrei saputo ti avrei telefonato»; insomma avete obbligato un parlante a parlare scorretto. |
Articolo avvincente ed arguto; à contribuito a fugare parte dei miei teterrimi dubbî sulla dipartita del nobile tempo verbale...
Solo su di un argomento discordo - cui è quello citato supra -: se pur'om non suggerisse allo sciagurato parlante dell'esempio, di sustituire il modo indicativo col congiuntivo, si costituirebbe al medesimo un errore del suddetto; non lo si sarebbe "obbligato a parlar scorretto", perché arèbbe commesso un isbaglio parimenti. |
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dario
Iscritto: 28 Feb 2005
Messaggi: 873 Località di residenza: Roma
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Inviato: Dom, 15 Mag 2005; 10:00 Oggetto: |
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Io non capisco perché in quello scritto si dica «avete obbligato un parlante a parlare scorretto». A me non piace «Se lo sapevo ti telefonavo», e non mi piace ancor di più se dev'essere usato da coloro che non saprebbero usare il congiuntivo: ma che scusa è? Io non so usare propriamente il congiuntivo allora è meglio che usi l'indicativo? Mah, non capisco!
Se la forma più corretta è «Se lo avessi saputo ti avrei telefonato», perché rendere accettabile (giustificandola) la forma "indicativa" solo perché magari il parlante (ignorante) non ha possibilità d'incorrere in un errore?
Se il congiuntivo è più corretto, usiamo il congiuntivo e non consentiamo l'indicativo per evitare errori.
Ho ben capito che lo scrivente intendesse preservare il nobile congiuntivo da un uso smodato e, talvolta, fuori luogo, però... |
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Adsertor_in_libertatem
Iscritto: 13 Mag 2005
Messaggi: 5
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Inviato: Dom, 15 Mag 2005; 10:09 Oggetto: |
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| dario ha scritto: | Io non capisco perché in quello scritto si dica «avete obbligato un parlante a parlare scorretto». A me non piace «Se lo sapevo ti telefonavo», e non mi piace ancor di più se dev'essere usato da coloro che non saprebbero usare il congiuntivo: ma che scusa è? Io non so usare propriamente il congiuntivo allora è meglio che usi l'indicativo? Mah, non capisco!
Se la forma più corretta è «Se lo avessi saputo ti avrei telefonato», perché rendere accettabile (giustificandola) la forma "indicativa" solo perché magari il parlante (ignorante) non ha possibilità d'incorrere in un errore?
Se il congiuntivo è più corretto, usiamo il congiuntivo e non consentiamo l'indicativo per evitare errori.
Ho ben capito che lo scrivente intendesse preservare il nobile congiuntivo da un uso smodato e, talvolta, fuori luogo, però... |
Parole sante! |
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miku
Iscritto: 13 Feb 2005
Messaggi: 371
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Inviato: Dom, 15 Mag 2005; 10:27 Oggetto: |
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| Adsertor_in_libertatem ha scritto: |
Parole sante! |
Non saprei: in fondo l'autore era mosso da Realpolitik linguistica. Il bicchiere sarà sempre mezzo pieno o mezzo vuoto e noi mézzi.  |
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