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'il poggio' e 'la lite'

Creato il: 20/12/2003 alle 21.04.39

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'il poggio' e 'la lite'
Dal balcone di dove abito, mi diletta la vista –e mi riempie i polmoni– una pineta, esposta a oriente, che –verde– ammanta la scarpata di un poggio, dall'alto del quale anch'io –bambino– gettavo l'immondizia, che, magra –come magri erano i pasti di quei tempi–, s'accumulava in casa, dopo che i giorni crescevano, e crescevan –con essi– pure i panni a coprire le carni. Sí, il "cuzzu" era una "parte alta del paese", da cui –La prego–, o dall'alto della quale "si gettava…", e non "in cui" –come Lei scrive–; altrimenti, Le riuscirà difficile comprendere come ciò potesse avvenire. "Cuzzu", cosí si dice nel parlare del mio "sperso paese", con la sola variante desinenziale d'un'«e» indistinta, che, non potendo capovolgere, sormonto di due puntini «ë»: "cuzzë"; e la parola designa 'la parte piú alta' di una zona, non necessariamente legata alla circostanza della pulizia. Va chiarito, inoltre, che i nostri paesi (a proposito, non ha –Lei– precisato la provenienza di queste donne; parrebbe, dalla terminazione del vocabolo, che esso appartenga al dialetto salentino, calabrese o siciliano –dialetti, che han tratti, tra loro, fonetici d'una certa omogeneità–); va chiarito –dicevo– che i nostri paesi erano costruiti –l'espansione urbanistica odierna tende a cancellare la primitività di questo carattere– su una collina –e questo, per ovvie ragioni di difesa–, sicché, essendo già su un'altura, guadagnare un'altra altura –un "cuzzu"/"cuzzë"– era cosa agevole per chi vi abitava, comportando uno spostamento di soli cinquanta metri o poco piú. Rainer Bigalke, nel 'Dizionario Dialettale della Basilicata', segna al lemma 7228 –pag. 443, col. 2– «kuóttsë» [rendo io «ë», quel, che, lí, compare 'inversé'], rilevato a Pisticci, paese del Materano, vicino del mio; vocabolo, dove si nota, rispetto a quelli, che abbiamo esaminato, la dittongazione della vocale tonica –e a esso sono assegnati i significati di 'il monticello, il poggio, la collina'–. Gerhard Rohlfs, nel 'Nuovo Dizionario Dialettale della Calabria (con repertorio italo-calabro)' –nella sesta ristampa del 2001, che la ravennate Longo ha reso disponibile–, a pag. 224, tra le varie accezioni, attribuite a «cuozzu», registra –colte nel Castrovillarese e in alcuni paesi del Cosentino– quelle di 'collina, vertice di una montagna, cima di un colle, vetta' . La parola si riallaccia al comune essenziale lessico romanzo, e precisamente al 2011 del 'Romanisches Etymologisches Wörterbuch' –il 'REW'– di Wilhelm Meyer-Lübke: «cocia» nel senso di 'testa'; passato –il vocabolo– a indicare 'collina' per la comune posizione elevata, che entrambe occupano –quella, rispetto all'organismo, umano e animale; l'altra, sul paesaggio circostante–, con diversificazione di genere grammaticale tra il primo e il lemma derivato. Del resto, a Longobucco, nel Cosentino, e a Ardore, nel Reggino, con la variante a monottongo –e maschile–, si registra «cozzu» nel significato di 'nuca', con sineddoche metonimica dell' 'a maiore ad minus', quella generalizzante di chiamare, con i limiti piú ampî, quelli piú ristretti. Ma si può dire di piú in merito, se si rileva il fatto che l'italiano «cozzo» nel senso di 'urto violento', propriamente –e originariamente– è 'quello, che deriva da uno scontro tra teste'; una 'testata', dunque, o una 'incornata'. Riguardo, poi, a "sciarre", non è chiaro –o, per lo meno, sono io, che non comprendo– quel, che segue: e cioè, "detto dei lavoratori del suo marito che non volevano mai pagare". Innanzitutto, qual è il rapporto genitivale di "lavoratori" con "suo marito": erano, forse, dipendenti di costui? Sembra da escludere, perché, se quelle donne erano emigrate, non è da supporre che il marito fosse un padrone, già che la condizione di benessere non avrebbe determinato l'emigrazione, a meno che il marito, pur povero quando è partito, si sia elevato –economicamente e socialmente– nella terra d'arrivo, o –anche– che la donna, baciata sulla faccia destra dalla fortuna –dopo che sulla sinistra l'aveva toccata la miseria–, non sia stata sposata dal padrone. Eran, dunque, dipendenti –quei "lavoratori"– o colleghi "del suo marito"? E il "che non volevano mai pagare", a quale campo circostanziale fa riferimento? Al gioco delle carte, quando, al termine d'una giornata di lavoro, chiusasi la partita, chi avesse perduto, si rifiutava di pagare la consumazione, posta in palio? O la proposizione relativa ha altra significazione? Premesso, dunque, che, per calibrarne il senso, occorrono riferimenti, che mi mancano, il vocabolo è da intendere, tuttavia, nel significato di 'lite', già che può corrispondere –la possibilità dipende anche dalla specificazione dialettale–:  al lemma 13145 «šarrë» –pag. 729, col. 2– 'il rimprovero, il litigio', registrato a Brienza, nel Potentino;  e al 13141 «šarrá» –pag. 729, col. 1– 'sgridare, rimproverare, litigare rissando, bisticciare', ascoltato, sempre nel Potentino, a Avigliano, Brienza e Muro Lucano (pagine del Bigalke, che, nel 1980, la Carl Winter - Universitätsverlag di Heidelberg ha reso per i suoi tipi in una pessima stampa –e si tratta della medesima Casa, che, nel 1960, pur, invece, s'era distinta, quando pei suoi torchî aveva fatto girare i fogli sardi del Wagner–). Il riscontro 'litigioso' continua, se scendiamo nella parte estrema della penisola, già che a pag. 630 di quel protocollo calabrese del Rohlfs, possiamo leggere:  «sciarra» –con la variante «scerra»–, sost. f. 'zuffa, rissa, lite', nei dialetti della Calabria Media –e cioè, nel Catanzarese– e nel Reggino (la variante risuona nel Cosentino);  «sciarreri», sost m. 'attaccabrighe', nel Reggino;  «sciarrïari», verbo 'litigare, far rissa', comune alla Calabria Media e al Reggino;  «sciarrinu», agg. 'rissoso', Calabria Media.

Autore : Luigi Pizzilli - Email : luigiduilip@tiscali.it
Inviato il : 20/12/2003 alle 21.04.39


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