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«Muta d'accento...»
Creato il: 21/11/2003 alle 12.42.24 |
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«Muta d'accento...»
Eduardo Rescigno, nel suo validissimo 'Dizionario verdiano', che ha seguìto quello "rossiniano" e precede il promesso "pucciniano", afferma essere il "muta (d'accento e di pensiero)" del Duca di Mantova (Francesco Maria Piave, 'Rigoletto', melodramma per Giuseppe Verdi, atto terzo) aggettivo e non verbo. Nella
pubblicazione citata, il Rescigno non giustifica la sua lettura; interpellato privatamente dalla gentile portavoce d'un gruppo d'amanti dell'opera e della lingua, ha risposto, in modo cortesissimo e molto simpatico, che "muta" inteso come voce verbale non solo ripeterebbe, poco verdianamente, il «mobile» del primo verso, mentre come aggettivo s'addice alla dispregiativa visione che un vero libertino ha delle donne
(però il mozartiano «vo' bene a tutte quante» non ha mai trovato, ch'io sappia, "contasto" dirimente e definitivo).
A me sembra che sulla ripetizione si possa convenire; ma non sul resto, che della lettura di Rescigno direi l'argomento principe. Infatti, nel testo, si legge subito dopo che «un amabile leggiadro viso» è comunque «menzognero»: come si può supporre inganno ove non sussista né pensiero né comunicazione?
Inoltre, nel lascivo inizio del famoso "quartetto" che segue di lí a poco, viene sottolineata l'importanza dell' "accento" per la pratica dell'erotismo: «Con un detto - un detto sol tu puoi, le mie pene - le mie pene consolar» (ci si potrebbe chiedere se 'sol' sia qui aggettivo o avverbio). Anche se la "professionista" Maddalena, alla quale le parole sono dirette, tanta sensibilità «di pensiero» non dimostra, non direi che al Duca dispiaccia fingere che cosí non sia: s'intende, ancora con Mozart, solo per «aguzzar'si' meglio l'appetito»; "muta d'accento", inoltre, la Maddalena non si può proprio dire...
Da un punto di vista puramente grammaticale, le cose possono sembrare piú semplici: il testo del libretto (verificato in una copia del 1851, nel repertorio del Baldacci, in uno spartito "comune" d'inizio '900 e nello spartito basato sulla recente edizione critica di Casa Ricordi e dell'Università di Chicago: c'è piena concordanza) ha una virgola, la sola di questi due doppi quinari, dopo «piuma al vento» (Gabriele Baldini, nel suo ineguagliato 'Abitare la battaglia', osservò che il canto suona, o almeno suonava quasi sempre "qual piú mal vento": il che comporta trascurare -aggiungo io- il segno di legatura musicale presente tra la terza e la quarta battuta, come già tra la prima e la seconda). Questa virgola sembra rendere impossibile che 'muta' sia il predicato verbale d'una comparativa introdotta da 'qual'; 'muta' non potrebbe essere quindi che il predicato verbale d'una coordinata, un poco maldestra, all'iniziale «la donna è mobile», oppure, in modo non piú destro, un attributo del remoto soggetto, o ancora un nuovo predicato nominale o un predicativo copulato da quel lontano 'è', come appunto vuole Rescigno.
Io sono del parere che quella virgola sia finita lí piuttosto "a rampazzo", e che vi sia rimasta
da 150 anni per semplice "immobilismo editoriale". Tenuto conto anche di quanto osserva Luigi Dallapiccola, nella magistrale
analisi di «Odi tu come fremono cupi», sul legame privilegiato che, non soltanto nello stile operistico italiano, lega la seconda e la terza frase d'un periodo musicale di quattro frasi- la lettura piú convincente sia "qual pium'al vento muta d'accen-to e di pensie-ro" (tra le battute cinque e sei non c'è, infatti, segno di legatura, né tra la sette e la otto; l'ultima frase dovrebbe anzi "chiudere" il periodo in calando, in barba alla tradizione che tronca in un uno squillante "pensier" il «pensiero» del testo e di Piave e di Verdi).
L'analisi puramente linguistica del testo tràdito non è quindi compatibile con la mia lettura, mentre supporterebbe quella di Rescigno, che però nella sua risposta privata non se n'avvale, considerandola forse un argomento dubbio o forse troppo "tecnico".
Mi piacerebbe conoscere altre opinioni. In ogni caso, mi sembra davvero un bell'esempio di 'ambiguity' e non può negarsi a Rescigno il merito d'averlo còlto da par suo.
Autore : Vittorio - Email : Vittorio.Mascherpa@rcm.inet.it
Inviato il : 21/11/2003 alle 12.42.24
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