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ti diro'

Creato il: 15/11/2003 alle 00.21.30

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ti diro'
Il suo quesito suscita una riflessione sul concetto di ‘errore’, concetto forse troppo spesso frainteso e sul quale sto meditando. La lingua di oggi è il frutto di un’evoluzione plurisecolare, durante la quale forme e usi si sono imposti in maniera più o meno stabile (e il passato alimenta di continuo il presente). Occorre ricordare che le ‘norme’ derivano - o dovrebbero derivare - dal cosiddetto ‘buon uso’, quello, cioè, delle persone colte e dei grandi scrittori. E un tempo era certamente così, anche perché poche erano le persone alfabetizzate, sicché, almeno per quanto riguarda la lingua scritta, regnava un certo ‘ordine’ scrittorio. Oggi, con la scolarità obbligatoria e l’influsso dei mass media, le persone che usano la lingua, parlata e scritta, sono molte di più, e sono molte di più, quindi, le probabilità che errori possano diffondersi e diventare, col tempo, norma.

Quello che in una data epoca è considerato ‘corretto’ può essere ritenuto ‘errato’ in un’altra, da un punto di vista sincronico (ma non da un punto di vista diacronico, se la forma o l’uso in questione è esistito a un certo punto della storia di una lingua). Alcuni arcaismi sopravvivono nell’italiano d’oggi, soprattutto in usi scherzosi (ad esempio ‘tornarsene alla magione’), e ognuno è libero di adoprare, a fini espressivi e con la consapevolezza di discostarsi dalla ‘norma’ - con accorgimenti intonativi o grafici, per esempio -, forme, costrutti, espressioni che ormai non fanno più parte dell’italiano standard. «E
lucevan le stelle» lo può dire solo Mario Cavaradossi nell’ultimo atto della Tosca.

Nell’italiano antico, nel cui ambito rientra la forma da lei citata, vigeva la cosiddetta
legge Tobler-Mussàfia, per la quale era obbligatoria, a inizio di frase, l’enclisi dei pronomi personali complemento oggetto:

«Mòvesi, Védelo», mentre non era ammesso «Si mòve, Lo vede» (inizio assoluto); nella
Divina Commedia gli esempi abbondano: «Andovvi poi lo Vas d’elezïone» (Inf., II, 28); «dirotti perch’io venni e quel ch’io ’ntesi» (ibid., 50);
era più comune l’enclisi (ma non obbligatoria) dopo coordinazione: «e vìdelo/e lo vide»; «e cominciommi a dir soave e piana» (ibid., 56)
dopo ‘ma’ erano comuni entrambi i costrutti: «ma vìdelo/ma lo vide», così come dopo proposizione dipendente: «Quando lo vide, dìssegli/gli disse».

‘Diròtti’ al posto di ‘ti dirò’ può, secondo me, considerarsi oggi solo un uso scherzoso, e non è quindi possibile nel parlato e nello scritto formale.


Autore : Marco1971 - Email : olgs_30@hotmail.com
Inviato il : 15/11/2003 alle 00.21.30


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