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Heri dicebamus

Creato il: 12/11/2003 alle 23.35.04

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Heri dicebamus
Tempo fa, in un Forum non ancora cosí "tecnicistico", era rimasta "inevasa" la questione, dilicatissima (un tempo la si sarebbe detta "nevralgica"), dell'alternativa signora / signorina. Negli ultimi anni ho orecchiato che si raccomanda d'astenersi dal tradizionale 'signorina' come forma appellativa di cortesia. In altre parole, 'signora' e 'signore' assumerebbero il generico valore di 'cittadina' e 'cittadino', caro un tempo a Robespierre & C (ne rimane una testimonianza, un filo patetica, nell'ultimo verso d'una delle piú note poesie del Carducci).
Che una cittadina sia "sposata" o no; che, essendolo stata, desideri tornare a esserlo quanto prima o non voglia piú sentirne parlare; che faccia vita ritirata o mondana sono ovviamente fatti suoi, ma è "essenziale" non dubitare mai, nelle 'advanced democracies' d'oggi, che la persona della quale si parla sia "rispettabile" (almeno finché ha qualche potere d'acquisto e, in netto subordine, diritto di voto): al maschile si dice "Signor Tale", e la forma femminile è una e indubbia.
Io però sono estremamente refrattario al concetto di 'politically correct' e «qualche dubbio l'avrei». Propongo quindi qualche spunto di riflessione sull'argomento, spero piú dilettevole che utile.

1) L'irresistibile «signorina, signorina» con il quale, nell'opera di Mozart, Don Giovanni si rivolge, per corteggiarla, alla propria moglie che non ha ancora riconosciuto: errore increscioso, "motore immobile" di tutto quel che seguirà.
2) L'osservazione di mio padre, quando io gli raccontai, trentacinque anni fa, che gl'Inglesi usa(va)no Mistress senza badare allo stato civile, come formula generale di cortesia per le donne che avevano superato una certa età. Alla mia affermazione che la cosa mi sembrava molto gentile, mio padre obiettò che non si poteva esserne proprio cosí sicuri.
3) La lettura "popolare" dell'acronimo SPQR, che da bambino (inizio anni Cinquanta) sentivo ripetere spesso da una domestica, che se l'era sentita dire chissà dove: «signorina pagherà quando ritornerà»; ripensandoci dopo decenni, non credo che quella domestica... abbia mai pagato granché.
4) L'uso generale a Milano, quando ero bambino, di chiamare "la signorina" una donna non sposata che avesse una posizione d'autorità nel microcosmo di riferimento, ad esempio una prozia convivente. L'uso del diminutivo ne giustificava 'a priori' qualsiasi isterismo eziologicamente non prevedibile, ma statisticamente frequentissimo. Molti anni dopo venni a sapere che, alla fine degli anni Trenta, "la Signorina" per antonomasia a Milano era l'onnipotente Anita Colombo, soggetto peraltro calmissimo, allora segretaria del sovrintendente della Scala. "Problematiche" anche le zie del narratore proustiano, le 'signorine' per eccellenza della letteratura mondiale.
5) Il vecchio uso, inimitabile nelle recensioni di Montale, d'anteporre "signora" ai cognomi delle cantanti d'opera, conferendo loro 'ipso facto' una certa monumentalità (ma, indietro gli anni, ad esempio nella recensione della "prima" milanese del 'Boris', numero del 15 gennaio 1909 del «Il teatro illustrato», l'anonimo firmatario «Uno delle poltrone», distingueva tra le due "signore" che avevano cantato 'Ostessa e la Nutrice e le due "signorine", che avevano cantato Xenia e Fiodor: 'en travesti', s'intende).
6) L'aver sempre trovato irresistibilmente ridicolo dover chiamare signora, anziché signorina come quindici giorni avanti, una collega al rientro dalle sue ferie matrimoniali...

A me sembra che in questi casi, e certamente in un'infinità di altri, la "modernizzazione" non sia auspicabile, essendo la realtà stessa 'politically incorrect'.


Autore : Vittorio - Email : Vittorio.Mascherpa@rcm.inet.it
Inviato il : 12/11/2003 alle 23.35.04


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