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Tsio è meglio di Dzio

Creato il: 22/10/2003 alle 14.17.04

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Tsio è meglio di Dzio
Non intendo obiettare a nulla di quel che Emanuele ha scritto, sebbene con tutta evidenza, dalle mie parti dicessero 'dziu' (e non 'tsiu') anche quando erano analfabeti e, in quanto tali, non erano in grado di farsi depistare dall'ambiguità ortografica dell'italiano. A mio parere, molte considerazioni di Emanuele varrebbero anche per i toponimi e i cognomi non toscani: ma qui, forse, qualche colpa l'ha anche Manzoni, che avrebbe dovuto, cautelativamente, far passare l'Adda a Renzo, pur con tutta la fretta che questi aveva, presso Cassano o Vaprio, foneticamente piú "neutri", risparmiando a quel povero Trèzzo un "lavaggio"... non proprio d'autore. Poiché si parla di "potere che sostiene la lingua", va inoltre ricordato (come faceva il Gramsci) che, nel Trecento, fiorentini non erano solo i Padri fondatori della nostra lingua (e quelli -mi perdonino gli amici Veneti- della nostra maggiore pittura), ma, guarda caso, anche i piú abili banchieri e "industriali" d'Europa. Per me il dissidio che, a ragione, preoccupa Emanuele nasce però altrove: perché insistiamo a supporre che esista una sola pronunzia italiana "corretta" o, come dice taluno, "ammissibile"? Oggi è stato inventato (e anche a me, milanese, la sola idea fa venire il mal di pancia) l'italiano "neostandard"; ieri andava di moda parlare di "fiorentino emendato": comunque un'astrazione, direi; pochi decenni fa, ad esempio nel manualetto di geografia piuttosto 'retro' sul quale m'hanno ancora fatto studiare alle medie inferiori (1956-59), si raccomandava invece «lingua toscana in bocca romana»: un'astrazione mica da poco anche questa, mi sembra. Si consideri, invece, quel che, riprendendo un articolo "storico", ricorda la Crusca nell'ultimo numero della sua rivista divulgativa: il "toscano" è da quasi ottocento anni una somma 'koiné' scritta (noto l'accento "alla greca" anche se dalle mie parti si dice, ovviamente, 'koinè'), ma quanto a parlarlo, essendo mancata una "corte" nazionale, luogo di conversazione mondana e centro d'attrazione e diffusione, ognuno, che Toscano non fosse, s'è arrangiato come poteva. Ricco di richiami è anche quel che racconta Enzo Bettiza nel suo libro di memorie, 'Esilio': esser detto in Dalmazia, ancora settant'anni fa, "italiano" il dialetto di ceppo veneto; "toscano", invece, la parlata con lessico e grammatica come "di là dal mar", usata talvolta dai 'siori' per farsi intendere solo in cerchia piú ristretta (allo stesso modo, nei 'Buddenbrook', a Lubecca, il patriarca fa una grandissima sfuriata al figlio alternando francese e dialetto, per impedire, o al caso esser certo, che quel che diceva fosse inteso dalla servitú). Piaccia o no, per la lingua italiana il rapporto tra orale e scritto non è poi cosí ovvio come sembra a molti: l'ambiguità dell'ortografia italiana, cosí come noi la conosciamo e usiamo, è anzi, a mio parere, intenzionale: mancava forse, all'Ascoli o al Tommaseo, la nozione di segno diacritico che, al loro tempo, la fece da padrona nella "normalizzazione" delle lingue slave? Purtoppo, anche la proposta "minimalista" del Panzini, di segnare tutti gli accenti tonici ambigui, come vorrebbe ora Emanuele e come fa, secondo una sua convenzione, il Touring per i toponimi, cadde nel vuoto, forse perché tende a conferire alla pagina stampata l'aspetto d'un diagramma di singulti. Prima della "nostra" ortografia, l'italiano aveva del resto conosciuto vicende grafiche molto differenziate anche in senso "diatopico". Per farla breve, la scrittura italiana non mi sembra assolutamente, tranne che per i Toscani, «codice secondario»: l'italiano ha cominciato a diventare lingua parlata nazionale solo settant'anni fa con il cinema (leggete ancora quel bellissimo articolo della «Crusca per Voi») e si sta faticosamente imponendo da nemmeno mezzo secolo, con la televisione. Non possiamo quindi stupirci che agli stessi segni siano associati suoni diatopicamente diversi, modellati su quelli dei dialetti preesistenti, né meravigliarci che la pronunzia egemone in ambito nazionale non sia oggi -o meglio, non sia mai stata- quella splendida e inimitabile dei Fiorentini. Del resto, se io tento di pronunziare 'Firenze' o 'bene' con la 'e' (semi)aperta dei Toscani, vengono fuori scempi che mi permetto, dopo attenta sperimentazione, di considerare piú fastidiosi, per orecchi toscani, delle 'e' chiuse usate "sbagliando" dalle mie parti. Lo stesso vale in molti altri casi: le alterazioni regionali della qualità dei suoni rispetto alla pronunzia "toscana" non sono frutto d'ignorante arbitrio, ma costituiscono insiemi coerenti di modi fonetici, e i dizionari di pronunzia non dovrebbero trascurarli in modo cosí unilaterale: direi che, anche in questo campo, la peculiarità che sta giustamente a cuore a Emanuele (e non solo a lui) si preserverebbe meglio riconoscendo le altrui diversità. Anche in Lombardia, nessuno che non sia un grande ignorante o un grande bischero disconosce la superiore bellezza della «favella toscana», ma nessuno si sogna, ad esempio, d'imitarne i raddoppiamenti: sarebbe come mangiare la cotoletta con la marmellata, uso peraltro comunissimo a Vienna, dove la cotoletta è pressoché identica alla milanese; ben poco gioverebbero, credo, nuovi simboli ortografici. Nemmeno mi piace la "settentrionalizzazione" delle pronunce meridionali (anche perché sono convinto che la parlata cólta partenopea abbia ben poco da invidiare alla fiorentina), ma di questo fenomeno non darei tutta la colpa all'invadente "potere mediatico": molto vi gioca, a mio parere, l'influsso di parenti e amici trasferitisi al Nord, che almeno in parte assorbono e riportano suoni estranei alle parlate d'origine. Rinunziamo al mito di un' "ortoepìa totale" (che del resto costringerebbe anche i Fiorentini a parlare diverso da come gli viene naturale): s'eviterebbero molti guai, o almeno quello di tendere a considerare "errati" modi che posseggono, come ricorda Emanuele, una storia inimitabile. Tollerando le differenze "ortofoniche" ci si potrebbe concentrare, con una certa determinazione, sugli accenti tonici, con i quali succede ormai di tutto: porli in modo difforme dal toscano non è, con poche eccezioni, indice di diversità regionale, ma solo indice di crassa ignoranza. Il primo passo necessario sarebbe però l'abbandono della convenzione, codificata nel 1967 in una norma UNI (la 6015), di notare l'accento tonico, ove obbligatorio, sulle parole tronche distinguendo tra acuto e grave: come è già stato discusso, si tratta d'una distinzione del tutto assente dalla pratica tipografica italiana almeno sino al Carducci (alcuni editori, non certo sciatti, ne rifuggono anche oggi; altri non accettano d'usare l'accento grave sulle i e sulle u, vocali intrinsecamente chiuse).

Autore : Vittorio - Email : Vittorio.Mascherpa@rcm.inet.it
Inviato il : 22/10/2003 alle 14.17.04


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