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Che e cosa

Creato il: 17/10/2003 alle 12.43.30

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Che e cosa
Le rispondo ricorrendo, come soglio, al Gabrielli: «Dico subito che il semplice ‘cosa’ invece di ‘che cosa’ non deve considerarsi errore come qualche volta ho sentito sbrigativamente affermare. Gli stessi puristi dei tempi d’oro lo riguardavano con molta tolleranza. Il rigidissimo Fanfani, per esempio, confortato dal fatto che il semplice ‘cosa’ è comunissimo in Toscana, gli apriva volentieri le braccia, e aggiungeva che "anzi, in taluni casi, può tornar bene ed elegante, in ispecial modo nella poesia". Il Fornaciari così si esprimeva: "Il vietare come novità queste maniere quando siano usate con parsimonia e con garbo, pare a me soverchio e ingiustificato rigore". Il D’Ovidio, infine, affermava che nell’uso di ‘cosa’ e ‘che cosa’ c’è "talvolta luogo a una scelta che non è senza motivo". Si può dunque concludere che entrambe le forme sono buone; ciò che conta è saperle usare con quel garbo, con quel gusto che raccomandavano il Fornaciari e il D’Ovidio; chi ha buon orecchio sa quando sia da preferire l’una e quando l’altra. ‘Cosa’ appare più sciolto, più sbrigativo, ‘che cosa’ più lento, più incisivo, più netto. Ma non dimentichiamo una terza forma, quella del semplice ‘che’, pronome interrogativo di valore neutro che spesso a un buon orecchio non pare sostituibile né con ‘cosa’ né con ‘che cosa’: "A che pensi?", "Di che ti lamenti?", "Che ne diresti?". Sostituite quel rapido ‘che’, e roviniamo tutto. Il Manzoni usò, si capisce, tutt’e tre le forme, e con quel giudizio che mai gli falliva: "Cos’è? Cos’è? Campana a martello!" (cap. VIII); "Cosa? Cosa? che vuoi tu dire?" (cap. XXI); "Cosa v’ha ispirato il timore, l’amore? Cosa avete fatto per loro? Cosa avete pensato?" (cap. XXV); "A Lucia, ch’era a sedere, orlando non so che cosa, cadde il lavoro di mano" (cap. XVIII); "E se non sapete questo, che cosa predicate? di che siete maestro?" (cap. XXV). Potrei continuare per un pezzo; ma già appare chiaro che tutt’e tre le forme fanno comodo a chi, sapendo scrivere, non mette le parole a caso come vien viene.» (Il museo degli errori, Milano, Mondadori, 1977, pp. 180-181). Aggiungo che il semplice ‘cosa’ - e in questo concordo in parte con lei - è di registro più colloquiale rispetto alle altre due forme; in un registro formale certamente stonerebbe, ma non per questo è da considerare sciatto nel parlar familiare e in quei testi che intendono rispecchiarlo.

Autore : Marco1971 - Email : olgs_30@hotmail.com
Inviato il : 17/10/2003 alle 12.43.30


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