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Criteri e definizioni

Creato il: 09/10/2003 alle 19.06.29

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Criteri e definizioni
Verissimo: gli studiosi da lei menzionati considerano il sardo una lingua alla stessa stregua del francese o del rumeno (tra parentesi, perché la maiuscola in questi casi?), e in così fare seguono criteri del tutto difendibili. Ma questo è uno dei vari punti di vista che si possono adottare, e che si fonda su criteri fonetici, morfologici e lessicali. Un altro punto di vista può essere quello, che credo oggi abbastanza diffuso tra i linguisti contemporanei, di fondarsi su considerazioni geo/socio/politico-linguistiche per definire quel che è lingua e quel che è dialetto. Per esempio, il De Mauro - ma anche il Sabatini-Coletti - definisce così il sardo: «il complesso dei dialetti di origine neolatina con caratteristiche fortemente arcaiche, divergenti dagli altri gruppi neolatini, parlati in Sardegna». In realtà, la questione si riduce a questo: qual è la definizione di ‘lingua’ e quella di ‘dialetto’? Se sono da considerar valide quelle che di ‘lingua’ qui di seguito trascrivo (soprattutto la seconda), tutti i cosiddetti ‘dialetti’ sono lingue: «3a [FO(ndamentale)] parlata, idioma, ant. favella, loquela, talora linguaggio come facoltà umana; più spesso modo di parlare di una comunità umana, appreso dagli individui (in condizioni normali) fin dai primi mesi di vita, affiancato, per le popolazioni alfabetizzate, da modalità ortografiche e di stile, connesse alla pratica dello scrivere e del leggere, spesso ricche di norme prescrittive non sempre irrilevanti per il parlare; nelle innumeri manifestazioni di tale modo di parlare si riconosce la presenza di un vocabolario comune alla generalità dei parlanti della comunità per le parole di più alta frequenza (vocabolario fondamentale o di base), integrato da parole e termini più rari in uso tra e per gruppi particolari (le classi più colte, categorie professionali, esercenti di particolari attività, varietà locali, ecc.): i significanti del vocabolario sono articolati e individuati con un sistema fonematico comune, affiancato da rappresentazioni grafiche (ideografiche o, più comunemente, alfabetiche) e il vocabolario noto viene usato per produrre e comprendere frasi e testi secondo un numero relativamente ristretto di norme grammaticali e sintattiche (sancite, di solito restrittivamente, nelle scuole) e secondo varie modalità stilistiche e pragmatiche legate alla varietà di situazioni sociocomunicative e alla diversa tipologia dei testi». O, in senso più tecnico: «3c [T(ecnico) S(pecialistico)] ling., insieme (cui spesso si attribuisce carattere di sistema) di morfi, il cui significante è costituito adoperando un insieme finito e poco numeroso di unità distintive asemantiche, dette fonemi (cui corrispondono i grafemi nelle rappresentazioni scritte); nei morfi in generale si riconoscono morfemi lessicali (insiemi aperti e molto numerosi, portatori di significati lessicali) e morfemi grammaticali (insiemi relativamente poco numerosi organizzati in serie paradigmatiche ritenute in genere chiuse), che, combinati secondo regole sintagmatiche e regole di assegnazione di ruoli sintattici, consentono di generare (cioè descrivere in modo ordinato) un numero potenzialmente infinito di frasi (e, quindi, di discorsi o testi), ciascuna realizzabile in un numero indefinito di enunciazioni concrete (atti di parola, ‘speech acts’) consistenti in una espressione (fonica o grafica e simili) e di una significazione (o senso, riferimento), entrambe ricche di elementi (prosodici, sul versante dell’espressione fonica, pragmatici, sul versante della significazione) importanti nell’esecuzione, ma di più problematica ascrizione all’insieme in quanto sistema astratto». Che tutti i dialetti siano ‘lingue’ in tal senso è cosa palese. E si veda la definizione, sempre del De Mauro, di ‘dialetto’: «sistema linguistico usato in zone geograficamente limitate e in un ambito socialmente e culturalmente ristretto, divenuto secondario rispetto a un altro sistema dominante e non utilizzato in ambito ufficiale o tecnico-scientifico». Mi sembra dunque che da una parte bisogni definire precisamente quel che si intende con i termini ‘lingua’ e ‘dialetto’; che d’altra parte oggi le posizioni di molti linguisti siano cambiate rispetto ai tempi anche del più recente Tagliavini; e che sia difficilmente sostenibile l’attenersi a criteri puramente fono-morfo-lessicologici nel definire concetti che tali confini trascendono.

Autore : Marco1971 - Email : olgs_30@hotmail.com
Inviato il : 09/10/2003 alle 19.06.29


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