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Pronuncia «italiana» e onomastica «d’Italia»

Creato il: 06/10/2003 alle 12.14.37

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Pronuncia «italiana» e onomastica «d’Italia»
…E potrei fermarmi qui. Ché ai miei venticinque lettori non sarà certo sfuggito dove voglio andare a parare. Ma bando all’ermetismo, e procediamo con ordine. Riporto qui le parole di Luciano Canepàri (‘DiPI’, §0.4, pagg. 18-20), ché meglio di cosí non si può dire: «A parte l’adeguamento ai tempi, pena il ridicolo e l’inutilizzo di quanto «predicato», occorre […] accogliere ciò che fa parte dell’uso normale di tre categorie di persone (scartando le pronunce limitate a usi occasionali, o individuali, e a zone ristrette). E cioè: 1. Gl’italiani in genere di *cultura* medio-superiore, per quanto riguarda l’_accentazione delle parole_ comuni e dòtte o specialistiche, compresi i nomi classici. Otre a: 2) Gl’italiani centrali di *genuinità* (= assenza d’influssi estranei e di vezzi personali) medio-superiore, per la _scelta dei fonemi_ da usare nelle varie parole. Oltre a: 3. Gli attori, doppiatori, presentatori e annunciatori di *professionalità* medio-superiore, per la _distribuzione dei fonemi_ e per le _realizzazioni fonetiche e intonative_. Si tratta, nel secondo caso, delle regioni standardizzanti del Centro d’Italia, in cui il latino s’è trasformato -nei secoli, per uso orale, non scritto- direttamente nelle parlate che mantengono spontaneamente le caratteristiche generali riconosciute come genuine, ovviamente senza le caratteristiche fonetico-tonetiche dialettali, come la «gorgia» […], l’attenuazione […], l’intensificazione […], la sonorizzazione […], lo strascicamento […]…». E infatti, se si possono considerare criteri per l’ammissibilità/consigliabilità d’una pronuncia (ma anche -mutatis mutandis- d’un costrutto morfo-sintattico, d’un vocabolo, etc.) la sua diffusione (si sa: «error communis facit ius») e la sua organicità (che è generalmente connessa -ma non sempre- all’etimologia) al sistema linguistico in esame, «arcicriterio» è -ovviamente- l’individuazione del sistema linguistico stesso, e cioè: qual è la lingua di cui si tratta e, in subordine, quali sono i parlanti tipo di questa lingua? Punto. Sí, «punto», ché, se dovessimo attenerci unicamente a un criterio di diffusione nel territorio nazionale, allora dovrebbe sicuramente ritenersi ammissibile, e.g., la pronuncia lombarda /'bene/ di «bene» (in italiano, /'bEne/) ché -al di là dell’opinione di qualche bischero- i lombardi sono certamente italiani, e di lombardi ce ne sono parecchi milioni. E invece di tale pronuncia non c’è traccia nemmeno in un dizionario di pronuncia moderno e «liberale» come il DiPI, ché tale pronuncia non ha riscontro nell’Italia centrale. E cosí, _in italiano_, «Genova» è «Gènova», «Aci Trezza» è «Aci Trézza», «Trezzo» è «Trézzo» (sorry, Vittorio), «Bembo» è «Bèmbo» (anche se il DiPI «ammette» «Bémbo») […si tranquillizzi, Vittorio: «Mascherpa» è «Maschèrpa» anche in italiano]. Addirittura, benché per «Como» /'kOmo/ l’ancora normativo DOP onestamente segnalasse l’esistenza della pronuncia _locale_ /'komo/, il DiPI la bolla come «trascurata»… «Et ça n’est pas du tout affreux, mon cher Vittorio!», ché stiamo parlando della «lingua italiana», e non dell’italiano regionale/dialetto ligure, lombardo, etc. E cosí come sarebbe assurdo, in [dialetto] genovese, pronunciare «Zena» /'zena/ secondo le leggi fonetiche toscane (/*'dzEna/), cosí dirò «Cómo» in comasco, ma «Còmo» in italiano. E non avrebbe senso offendersi per i comaschi, perché è come se un londinese s’offendesse quando noi diciamo «Londra» /'londra/ per «London» /'lVnd(@)n/. Ché di «traduzioni», in fondo, (originariamente fiorentine/toscane) di nomi propri italiani si tratta. Il fatto che, contrariamente a quanto (generalmente) avviene per antroponimi e toponimi stranieri, si scrivano spesso nello stesso modo non deve trarre in inganno: di due «lingue» diverse pur sempre si tratta. Un bell’esempio è fornito dal cognome napoletano «Esposito»: sarebbe bello, caro Pizzilli, se fosse solo la (prima) «s» a «postalveolarsi»!… Ma è anche la «e» a pronunciarsi intermedia fra [e] e [E] italiani, la «o» tonica a dittongarsi in [o:U], quella atona a trovarsi fra [o] e [O] (e, in pronuncia rapida, a ridursi a [@]); la seconda «s» è qui sorda mentre in italiano/toscano è sonora, e infine «p» e «t» si sonorizzano… È per questo che nessun linguista/dizionario segue/potrebbe seguire la sua -pur romantica- «ragione del proprio», e tutti ormai raccomandano pronunce (ragionevolmente) «italianizzate» (per le quali si veda ancora il DiPI) per i forestierismi, e pronunce toscane/centrali in generale. A livello individuale -e ammesso d’esserne _veramente_ capaci!-, possiamo ovviamente sempre decidere d’usare la «cortesia» di «rompere l’armonia» della lingua in cui stiamo parlando per pronunciare un cognome o un toponimo alla maniera «nativa», ma non possiamo aspettarci che questa «nostra» (aristocratica) scelta si trasformi in atteggiamento generalizzato. Interessante, a tal proposito, la recente adozione, nei paesi anglofoni, del mandarino «Beijing» («Pechino») per il tradizionale «Peking» (quest’ultimo piú aderente al cantonese, «bak1ging1»), come se il passaggio di trascrizione da «Wade-Giles» a «pinyin» nella Cina popolare dovesse automaticamente comportare anche una differente «traduzione» in inglese. E ovviamente il risultato (non tonale) /,bei'(d)ZiN/ è ben lungi dall’originale (tonale) «bei3jing1» (per una spiegazione delle trascrizioni utilizzate per mandarino e cantonese si veda ad esempio: http://www.loc.gov/catdir/pinyin/romcover.html e http://www.hku.hk/linguist/lshk/Jyutping/scheme.html). P.S. Che mi risulti, /'kauzjo/ è l’unica pronuncia possibile di «Causio» in italiano/toscano -quel giornalista avrebbe fatto bene a documentarsi prima di dir bischerate.

Autore : Infarinato - Email : p.matteucci@soton.ac.uk
Inviato il : 06/10/2003 alle 12.14.37


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