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Un sol desir

Creato il: 30/09/2003 alle 10.31.22

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Un sol desir
Poscia che all’elisie sfere alcun strano mi fa, e all’imo spirto ove ’l pensier s’india - e d’ansante non v’abbia in tali accenti che la voce dello ’nterprete -; e fatto d’iniqua incolpazion oggetto da amico causidico - nella romana accezion prendesi, non già nella moderna -, egli è mestier ch’io, distenebrandolo, l’appensar mio a giorno allumini con le non sacre tede - e pur anco fioche - dell’esangue mia intellezione. Da Hermes Psicopompo a niuno vo’ io far. Fia vero ch’io gittato abbia su alcun lo stral di mia condanna, se di cotanto stral uopo non ha chi da sé - e da par suo - con Daniele già era procombuto? Ma di lui or più non favelliam - lo ’ngegno suo candente e corrusco chiaro e fermo sta, e a’ beati, non a’ beoti, il verbo suo largisca, sanza a lei, e men che meno a me, in esto fòro campo furar -, imperocché dallo specifico al generale l’argomentar nostro s’estolle, e già da picciol pezza aderso s’è. Ma pria che ad altro la mente intender - e le pupille - e acclarar quanto altra fiata di torbido e rozzo cristal avea cesellato, forza m’è di sterner dua cose: fuor del furor de ‘La messa è finita’, ch’alcun viziato aculeo - e iniusto - a compor m’avea mosso, lo spirto mio, di dottrina e saper ognor disioso, grato è a chi, dimolto possedendone, bramoso appar di prodigarlo, conciossiacosaché nullo di saper famelico digiuno se ’n sta ov’esuberi e lussureggi la scienza. Non, adunque, la sostanziosa sostanza rampognato io ho, sì bene ’l desio, ch’egli aver sembra, di precludere al ‘vulgus’, con chiuder in ostrica le margarite sue, l’almo frutto e la ferace polpa del suo pensier. A scuola non siam, gli è ver, e manco in seminario. Dante istesso diversa lingua dispiega nell’Opre sue, adoprando coll’eccellenzia che propria gli è, e modulando, a punto, sul contesto, da quel gran maestro di stile ch’egli è, i diversi registri. E s’egli oggi qui nòsco fusse, in esto fòro a divulgar, parvi ch’egli scriverebbe come ne la Comedía? ‘Rebecca’ e ’l dissertar su ‘dire’ non contengon concetti che traslitterar e’ non si possa in moderno idioma e virile e elegante; e fòra a me agevol il dimostrarlo co’ fatti, essa disquisizione rescrivendo in monda, adamantina loquela - e tanto mi riprometto di compier, allorquando men immitamente il tempo contato mi fia. D’intolleranza non mi s’accagioni, ché non biasmo ’l pensar di neúno, né l’opime plaghe dell’alma conculco di chiunque a distinguersi ambisca; e né manco di vanagloria ’l sospetto - o l’ombra sua - me sfiori delle laide sue ale: ben altro era l’intento mio, e lei che ben intende, meglio del vulgo intenderlo dovuto avria. Ognun, adunque, prosegua l’opra sua - sotto lo pschent criselefantino e per l’estasi de’ pochi, et eziandio sanza regal serto e con panni umíli - nel comun divisamento d’ "unir parole ad uomini".

Autore : Marco1971 - Email : olgs_30@hotmail.com
Inviato il : 30/09/2003 alle 10.31.22


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