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Pensiero, stile e comunicazione

Creato il: 28/09/2003 alle 15.53.25

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Pensiero, stile e comunicazione
"Ce que l’on conçoit bien s’énonce clairement" diceva Boileau, a significare che se il pensiero è chiaro, la lingua che lo veicola è naturalmente chiara. Non v’è infatti pensiero, per quanto complesso e profondo, che non possa plasmarsi in forma cristallina. Basta, a riprova, andare a leggersi - o rileggersi - le opere dei grandi pensatori e filosofi della storia. Blaise Pascal nelle sue ‘Pensées’ o Giacomo Leopardi nel suo ‘Zibaldone’, per esempio, esprimono concetti fondamentali e profondi in uno stile sì personale, ma non involuto e cabalistico. Se, come diceva un altro francese, Buffon, lo stile non è altro che l’ordine e il movimento che si mette nei propri pensieri, è altrettanto vero che si può sempre render macchinoso il proprio ragionare a furia d’ornamenti e d’orpelli. E può anche essere un sommo, intimo gaudio; ma che cosa avremmo con ciò ottenuto? Indubbiamente non avremmo raggiunto lo scopo precipuo dello scrivere in uno spazio pubblico come questo, che - correggetemi se sbaglio - è quello di comunicare pensieri e informazioni che abbiano qualche attinenza con la lingua italiana. Comunicazione? O icché ll’è? "Quando comunichiamo qualcosa a qualcuno [...] facciamo, senza accorgercene, tre operazioni: 1. troviamo un contenuto cercando di chiarirlo almeno a noi stessi; 2. troviamo l’espressione che è capace di comunicare tale contenuto; 3. dopo aver trovato l’espressione con la quale manifestare tale contenuto, eseguiamo un controllo per verificare se l’espressione scelta è capace di comunicare in modo adeguato il contenuto. [...] Nella maggior parte dei casi il contenuto prodotto e trasmesso dal locutore [...] e il contenuto ricevuto e interpretato dall’ascoltatore coincidono: altrimenti, poveri noi, sarebbe una vera babele! Ma accade anche che il nostro ascoltatore interpreti quanto abbiamo detto in modo diverso dalle nostre intenzioni (perché egli non è stato attento, perché ha malamente collegato quanto abbiamo detto con la situazione, perché noi abbiamo parlato in modo oscuro.)" (Dardano-Trifone, Grammatica italiana, Bologna, Zanichelli, 1989; 1.1.4.) Tutte ovvietà, mi direte; eppure, sembra, non a tutti palesi. Tornando ora allo stile, e all’identità che esso rispecchia o edifica, vorrei sottoporre alla riflessione di chi mi sta leggendo se sia opportuno parlare - nel contesto delle voci del coro, o, con pugnace metafora, della "barriera di scudi" - di "censure al pensiero e all’identità". Nessuno, infatti, nega la libertà di pensiero e d’espressione a chi si avvale della magniloquenza per trasmettere messaggi che, ridotti all’osso, d’originale hanno solo la parvenza; metto in dubbio soltanto il suo reale, unico desiderio di partecipare le proprie conoscenze - non di certo l’onestà intellettuale -, ché se così fosse, egli non lo farebbe in maniera tortuosa ed ermetica, a meno di essere inconsapevole, del che dubito, dei princìpi fondamentali della comunicazione tra esseri umani. O bisogna presumere che egli non sia capace di trasformazioni e variazioni anche lievi. Cambiare stile, in definitiva, non significa né omologarsi, né rinunciare alla propria identità, bensì concedersi la ricchezza di un’identità versicolore e feconda, in grado di modulare la propria voce sul contesto comunicativo. Io scrivo in mille modi diversi fuori da questo forum e dalla posta elettronica, e son sempre me stesso, e non prostituisco in tal modo il mio pensiero; lo rendo invece perspicuo. Apprezzo la letterarietà e raffinatezza dello stile quando questo è consono al tenore e alla situazione scrittoria, come può essere il caso, entro certi limiti, anche in questo spazio. Ma dissento da chi propugna l’idea che non ci si debba curare d’esser intesi dal maggior numero possibile in un forum - senza cadere nell’estremo opposto, che sarebbe quello di evitare le parole esatte magari non note a tutti: ché anche chi non possedesse un vocabolario ne può consultare diversi in rete. E per far simmetria, concludo con questa citazione, dalle ‘Satire’ di Orazio: "cum flueret lutulentus, erat quod tollere velles: / garrulus atque piger scribendi ferre laborem, / scribendi recte: nam ut multum, nil moror." ("ma scorrevano [i versi] torbidi e c’era del troppo, che vorresti togliere. / Troppo verboso egli era, pigro alla fatica dello scrivere: / dello scrivere bene, intendo: al molto non do peso."). In conclusione, la personalità dello stile non dovrebbe, a mio avviso, compromettere la comunicazione e nuocere al pensiero. Ma ciò dipende dalla coscienza dello scrivente, dalla sua dimestichezza con la lingua, e dal suo spirito civile.

Autore : Marco1971 - Email : olgs_30@hotmail.com
Inviato il : 28/09/2003 alle 15.53.25


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