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Ritornar catello, zachíto e umíle?

Creato il: 22/09/2003 alle 12.53.26

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Ritornar catello, zachíto e umíle?
"[N]on [è] questo il luogo per esprimere giudizi su [… i] partecipanti al forum", essendo –questo– "uno spazio, aperto a tutti, per discutere di lingua italiana": proprio questo era il senso dei pensieri, che mi passavano di traverso della mente; preciso di tal, che, per mezzo delle Sue parole qual eco di quei miei, posso riesprimermi, sicuro che proprio cosí paravo il capo dalla pioggia di giudizio, che, dall'alto di quel pulpito, mi scrosciava, e Lei, con empito savonaroliano defluito –da austero conventuale di San Marco: da domenicano di Santa Croce, cioè [e mi correggo, ché non urgeva allontanarmi sino a Venezia]–, da altro e piú alto parapetto –quasi da pergamo– si mette a far da sponda, e, invece che da argine, fa da Arno alla torrentuosa piena del rIO, alluvionandomi di Suo. Mi stupisco, dunque, che Lei abbia frainteso e non vorrei –per Lei– da qui in poi stupirmi, di me e del mio odierno stupore. Credo, infatti, che Lei –sarà la 'stanza chiusa'– abbia dimenticato che sono stato tacciato di razzismo, la qual cosa non mi pare essere propriamente un elogio. Ora, che una tale ingiuria non debba essere digladiabile –e cioè, che per essa non sia da chiamarsi il cimento alla spada 'usque ad sanguinem'–, son con Lei e convengo. Ma non verrà da questo un venire a negarmi il diritto di replica! Mica pretenderà che io, riconoscendo all'incomprensione la forza dell'attenuante, attenui, pure, le asperità della mia risposta? Sí che gli altri possono immotivatamente e immeritatamente gettar fango su altri e l'infangato deve, con molto –rispettoso?– riguardo, scrollarsi di dosso tal fango? e badando che non inzaccheri di troppo chi m'ha lordato? E cioè, non vorrà che, da zacchera che era, diminuendola, io chieda: "come ti va, la faccio zaccheruzza? o ti va a grado che te la rimandi in -etta, o –ancora e se tu voglia– rimpastata e col lievito, fatta gentil te la traduca in -ella? con la levità, in somma, d'una farfalla e delle sue ale?"? Cosa, adunque, dovería fare, come dice Gualpertino da Coderta? E cioè, "pognam che me cazassi / e vaginassi ver' de mi el coltello, / tego farò eo come fa 'l catello / quando 'l segnore gli ha dato de' sassi, / ch'a piè gli torna cum zachiti passi; / lecandol tuto uman plù d'un agnello"; questo, dovería eo fare? Mi vuol, in somma, legnato, zachíto e umíle? Perché questo, in buona sostanza, Lei m'ha esatto: dopo, difatti, una danza apotropaica d'inizio, a schermo e a scongiuro di temporali altrui, Lei è asceso al lampio, e già mentre che, montando pe' gradini, faceva ascensione a quel ditterio, parendoLe d'aver coll'ambo guadagnato l'umbo e l'usbergo –e perdendo, invece, ambo e amboro, nel senso di amendue tutti, o, non temendosi la tmesi, amen tutt'e due (ma, a conti fatti, tutt'essi son anco tre)–, con fare e aëre crisostomico, dall'alto di quello spalto tonitruava una crisologica omilia –da bocca d'oro, in somma–, mal pulpitando –di puntelli, di 'suppunti' e di grossi ma rozzi travi– il primo antifonante e sermocinatore. Invece d'indirizzare la Sua tentennante reprimenda a chi ha frainteso la lingua, Lei con lui s'è messo a duetto e a mottetto, singultando e sincopando d'uvola e diafragma, a mezzo tra piagnone e tr'a mo' di 'hoquetus' –come pur Du Cange Le avrebbe detto, rileggendo e sovvenendosi di quanto ei glossò in quelle sue infime e medie note–, dando a lui manforte e 'canforte' –da basso continuo e da bordone; pur anco alla Dal Viadana: falso e fiorito, in somma–. Il mal pulpito discende –o sale?– dal fatto che quella mia "personalissima favella" [perché Lei –la Sua– non la vorrebbe personalissima? è per ciò che, per solito, fa il citatore, e bisogna faticar di molto a rinvenire quel che è Suo o ha assimilato?], quella "personalissima favella" –dicevo–, proprio in quel 'La mia, Gliela unisco subito', aveva osservato un ascetico digiuno quaresimale, sí che l'intelligenza altrui non stava a patire né il cilicio della comprensione né il manfano della decrittazione. Oltre che di facile digestione –quei righi [tre linee e millimetri quarantadue]–, ero stato pur parco di parole, di tal che infondato non sarebbe stato temer ch'io potessi deperir d'inedia [e la frugalità del Suo titolo, a sottofregio del mio, ben a ragione avrei potuto apporre]. E allora, dove poggia la giustificazione, che Lei vede, dell'altrui "travisa[mento]"? Lo «ύστερον πρότερον», come Lei sa [e sulla prima va l'aspirazione, che, però, risucchia sulla translittera –«hýsteron próteron»–], in stilistica è cifra notevole, e di merito; non in cronologia, però, già che, falsando i tempi, falsa i dati –anche– e i fatti. Può esser mirabile a significare pur su un piano religioso: a valer una fede sorda nella volontà di Dio, come si può allegare con al 24, 7 dell''Esodo', che, notato coi nostri segni, appare «Na'asseh wenishmà»; e cioè, «Faremo e ascolteremo» (intendendo i precetti e i comandi, senza dissenso alcuno né esitazione; eliminando, con la posposizione, quel, che, di questi e la disobbedienza, può essere la fonte –e cioè, l’ascolto–). Ma a ricostruir fatti e vicende di una sequenza, esso né vale né ha ale, e, per ciò, non La fa essere, del Suo cliente, buon avvocato, né d'altra pur rispettabile e nobile causa può, cosí provvisto, proporsi patrocinatore. Non è che Lei, assillato dall'indecifrabilità di altri passati concetti, visto bianco uno spazio, sol di poco –come fil di una greca– tratteggiato di nero, già che come fantasmi quelli han preso sedia in quel vuoto candido, vedendoSeli come tafani replicare, preso a pretesto l'infortunio e la comprensione di rIO, e la mia risposta, a rIO attribuisce l'incapacità, che Lei ha, di sciogliere i nodi e i grumi passati e, eventualmente, venturi? E allora, invece che pupale pupale –e questo, per tornarLe, certo cresciuto, il "larvat[o]", che m'ha scodellato–, dica, piuttosto, papale papale: vuole una nota –sí, non di chiesa– di chiosa, a chiusa ma a chiasso –chi sa?– del mio testo? M'ero già ripromesso di dar conto del "teologico" nella catena 'modo di dire', iniziata da laura, e proprio agganciandomi al Suo anello, che me ne offriva il destro –guardi come il caso aveva già disposto, che ci incrociassimo e senza l'incidente della polemica–. Mi atterrò a quel proposito e lí porterò quel religioso quadrupede, che sopra quella dell'indole, doppiandola, mette –pure– la pazienza del saio; lí lo condurrò, traendolo fuor di questa pugna e la concitazione. Ma prima "di far luce", voglio dire che il ricorso a "Pizie e Sibille", come Lei dice –e cioè, a un linguaggio oracolare, come Lei intende–, è risposta reattiva –come quasi una rivalsa– a un attacco (ma, in vero, non ci sarebbe bisogno il dirGlielo, perché, se segue la filiera dei miei interventi, ben vede che a attaccar non son primo, né su altri a esprimer o trinciar sentenze, e non certo perché d'opinioni son digiuno o di giudizî caresto). Sarò, allora, luccivola sopra quello di Ocno –che, per vero, era una quella–, che ho chiamato "artistico", già che lo rappresentò Polignoto, proprio mentre quel caparbio padrone s'ostinava a intrecciar di giunchi una fune, che immancabilmente l'asina non s'asteneva di mangiare. Ora, se la Sibilla era di Cuma non di Portici era la "muta" –non Fenella, cioè, del 'grand-opéra', che Auber musicò su testo di Scribe e Delavigne, né quella, che sullo schermo di cinema fece apparire Giorgio Ansoldi–; non, dunque, di Portici era la "muta", ma di cani, quelli pavloviani –Ivan Petrovič–: "piú vicini", a noi nel tempo s'intende, già che questi furon indotti a riflessione all'inizio del secolo, che quasi appena ha finito di correre, mentre Ocno è del V av. Cr. e gli altri due son medievali. Che quello di Buridano appartenga alla specie fedele –e non a quella paziente–, al lume di questo lume, dev'essere, a questo punto, chiaro, già che nelle 'Iohannis Buridani Expositio et quaestiones in Aristotelis De caelo' –e cioè, nell'esposizione che l'Artesiano fece del libro dello Stagirita– è scritto: "Cane esuriente multum et sitiente, [si] ponantur cibi et potus ex utroque latere canis, omnino eque propinqui ad canem, canis ille moreretur fame et siti." –"Allor che un cane sia molto affamato e assetato, [se] si pongano da entrambi i lati del cane cibo e acqua, vicini al cane in misura del tutto uguale, quel cane morirebbe di fame e di sete."–. Circa, poi, le due espressioni, poste ai piedi dell''ambone', quella rilevata tra apici riproduce il titolo d'una novella pirandelliana –accolta, prima d'essere inclusa in quelle 'per un anno', ne 'La rallegrata'–; quella, invece, tra sergentine fu modo di dire per polemica a certo modo linguistica, ingaggiata dal Manzoni in risposta alla 10a delle «Osservazioni filologiche sul 'Marco Visconti' di Tommaso Grossi», che Michele Ponza, su «L'Annotatore piemontese», nell'agosto del 1835, aveva mosso, in cui «Sentire la messa» veniva classificata come "modo di dialetto: la messa si ode, si ascolta, alla messa si assiste" (a difesa del Grossi, sull'autorità del Tommaseo, il Lombardo esclude che l'espressione –della quale apocopa il verbo e indetermina il sostantivo– sia un lombardismo). Adoperandola, io, al livello e al piano di una piana letteralità, e proprio a protesta d'un diritto e una rivendicazione d'una liturgia di lingua, conseguo, cosí, un cercato paradosso tra l'origine del sintagma e l'impiego, che ne ho fatto. Già che siamo a rischiarar le tenebre, sarò cicendela –farò, cioè, da lampada– su un passo –anche– di 'rebecca': e precisamente quando, parlando del rifiuto fascista di accogliere quel nome, che, reso deonomastico, avrebbe potuto, con la diminuzione dell'iniziale, distortamente servire –quasi a spregio d'un individuo e, attraverso di esso, d'un popolo– a quell'antisemitismo, dicevo: "E invece, giganti a Lilliput nella stalla del loro pensiero, eran nani dinanzi al reale e di fronte a una minuscola!". Orbene, 'stalla' –di "stalla del loro pensiero"– non è gratuito vocabolo, prodotto da una fervida estemporanea e partigiana fantasia, ma ha una precisa ragione linguistica, allacciandosi all'origine etimologica di 'razza', che a noi viene –come al fin delle sue ricerche, magistralmente rinvenne Gianfranco Contini, rigettando la provenienza da 'ratĭō', che, aferetico di 'generatĭō', il Salvioni, o, 'sic et simpliciter', integro e senza accorciamenti, nel significato di 'natura, qualità', lo Spitzer aveva sostenuto–, a noi viene, dunque, dall'antico francese «haraz», nella precisa accezione di «allevamento di cavalli» –ecco l'odore, che il pensiero (si fa per dire) ha mutato in puzzo– (la parola, che, all'origine, era di genere grammaticale maschile, nel passaggio nella nostra lingua, provvista dell'articolo determinativo «l'haraz» > «l'araz», discernendo, per errata analisi, l'iniziale «a-» del vocabolo e concernendola alla «l'», che, cosí ricomposta, è divenuta «la», da quel genere si è ritrovata passata al femminile, e dall'Italia, cosí a nuovo, irradiandosi, nelle grammatiche, che ammettevano la distinzione, cosí si è mantenuta –e cioè, «haraz» > «l'haraz» > «l'araz» > «la raz» > «la razza»–). E poi, a proposito della mia prosa "arcaicizzante" –a parte che per lí, dove me la contestava, come già Le avevo detto, di quel tipo di parole, proprio sí, non ce n'era nessuna [anzi, via, non voglio deluderLa: d'esse non v'era veruna]: sarò stato brusco, ma non prisco–, mi spiace che Lei, che pur gode di fama di "grande" presso grande pubblico di questo 'forum', non abbia catturato l'accento di ludo da quelle note, quando il canto si faceva antico. E non so capacitarmi, del resto, che la Sua finezza di lettura abbia tralasciato le mosse di gioco, che sotto quei tasti pur si indovinano per stemperar la pasta e far "trascolorar" dal serio in ischerzo, magari un'offesa, lanciata e precipite. E poi, "sī" –e contraendo col georgofilo Vergilio un apprezzato debito–, "sī parvă lĭcĕt cŏmpōnĕre magnīs", non sente, Lei, 'Les mots sous les mots'? Non ode, Lei, cioè, 'Le parole sotto le parole' –sí, quelle parole a spezzi, gli ipogrammi, che Ferdinand de Saussure intercettò di tra i Veda e i Latini [non 'sī parvă', sí 'sī mĭnĭmă lĭcĕt']–? E cioè, ancora –se il cecropico col ciclopico si può mettere a comparo–, non scopre, Lei, quelle parole di sotto la cenere, che il Ginevrino riattizzò e l'altro Ginevrino nel 1964 –Jean Starobinski, cioè– pubblicò –balzan nell''84, l'ultimo; che è lauro, che d'aria itala s'aroma, e elvetica–? Di proposito trascuro gli "incisi", e per risparmiar gli incisivi, non –questo, di certo, è certo– per manco di argomenti, ché, anzi, son anco di 'razza'. E perciò, ora basta e mi fermo, ché se le chiose han schiuso il chiuso, esse, come Le avevo ben detto e temuto, han fatto chiasso attorno a quei pinnacoli di apparente chiesa.

Autore : Luigi Pizzilli - Email : luigiduilip@tiscali.it
Inviato il : 22/09/2003 alle 12.53.26


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