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Participio passato al femminile

Creato il: 01/09/2003 alle 11.13.38

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Participio passato al femminile
Premesso che mi fa molto piacere che una grammatica moderna come quella del Serianni (registri e) incoraggi l’uso moderno e che, dal Tommaseo in poi, i grammatici che prendono chiaramente partito mi garbano di molto, ho però due piccole obiezioni in merito, cui (se ha tempo/voglia) Le sarei grato mi rispondesse, grammatica del Serianni alla mano. La prima è motivata dal mio non capire cosa intenda esattamente l’autore per «senza fondamento», ché, fermo restando che l’uso di forme verbali composte è sviluppo recente (non solo romanzo) e non si dava in latino (greco, sanscrito, etc.), è ovvio che la concordanza del participio passato col complemento oggetto non possa avere «basi» antiche… Ma, sgombrato il campo da quest’ovvietà, se anche il fenomeno in oggetto fosse un francesismo, avrebbe come «fondamento» il francese. Altrimenti, sarebbe come dire (come, per altro, si diceva un tempo) che «al di là di» (originariamente un francesismo per «di là da») non ha fondamento, o che è «senza fondamento» la pronuncia toscana (e quindi standard italiana) di «lèttera» (laddove il resto dell’Italia centrale ha «léttera», piú rispondente al latino «littera»), dimenticandoci che l’italiano non deriva direttamente dal latino (comunque tardo), ma da questo deriva solo attraverso il volgare fiorentino del ’200, dove hanno talora prevalso (come del resto succede in ogni lingua) fenomeni analogici. Per essere davvero «senza fondamento», una regola grammaticale dovrebbe essere inventata a tavolino (o forse anche solo «indebitamente estrapolata») da qualche grammatico troppo zelante (magari per suggestione/influenza d’un’altra lingua) invece d’essere desunta dall’uso, letterario o popolare che sia. Può darsi che sia cosí in questo caso, ma la cosa mi lascia un po’ perplesso. La seconda obiezione è piú che altro una riflessione sull’uso della concordanza participiale nei casi [non] obbligatori. Il mio intento -ma si prenda quanto dirò «cum grano salis», ché non sono certo un esperto del settore- è quello di «motivare» (linguisticamente) il fenomeno, onde capire quale e quanto «fondamento» esso in effetti abbia (…e forse qui gioverebbe avere tra le mani M. Loporcaro, ‘Sintassi comparata dell'accordo participiale romanzo’, Torino, «Rosenberg & Sellier», 1998). Mi sembra che, in italiano (e francese), la concordanza del participio passato col complemento oggetto (che lo precede) sia dovuta essenzialmente alla concomitanza di quattro fattori: 1) quello (ovvio) che in latino il participio passato si declinasse; 2) il fatto che, coerentemente (e, in un certo senso, etimologicamente), ci sia sempre concordanza col soggetto nel caso passivo; 3) la natura «diretta» del complemento oggetto nei confronti dell’azione verbale; 4) l’eventuale presenza d’un complemento predicativo dell’oggetto (opportunamente concordato). A questo s’aggiunga la circostanza che, nei casi di cui si tratta, il complemento oggetto precede il verbo (il che non può che avvenire, eccettuati i casi d’enfasi, se non quando il complemento è costituito da una particella pronominale) e, inoltre, che è comune (a livello popolare) una certa confusione tra (le espressioni pronominali di) soggetto e complemento oggetto, specie in una fase d’assestamento d’una lingua. A mio avviso, ciò darebbe conto anche del fatto che, in presenza d’un complemento predicativo dell’oggetto, l’accordo participiale nei casi non obbligatori (escludendo per il momento quello del pronome relativo, che è sempre stato molto raro e comunque confinato all’uso letterario) paia piú naturale: «T’ho vista tutta indaffarata, e non t’ho voluta disturbare» (si noti anche l’accordo del servile), sebbene -è chiaro- anche la versione con entrambi i participi invariati non suoni sbagliata.

Autore : Infarinato - Email : p.matteucci@soton.ac.uk
Inviato il : 01/09/2003 alle 11.13.38


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