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rebecca: deonomastico cinematografico

Creato il: 26/08/2003 alle 20.43.53

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rebecca: deonomastico cinematografico
Sí, dev'essere cosí, già che si trova definizione in tal senso nel 'Diccionario de la Lengua Española', 'vigésima segunda edición', pubblicato dalla 'Real Academia Española' nel 2001, dove –'sub uoce': 'rebeca'– si legge:  "(Del n. p. Rebeca, título de un filme de A. Hitchcock, basado en una novela de D. du Maurier, cuya actriz principal usaba prendas de este tipo). 1. f. Chaqueta femenina de punto, sin cuello, abrochada por delante, y cuyo primer botón está, por lo general, a la altura de la garganta."; la traduzione della quale può suonare:  "(Dal nome proprio [= n‹ombre›. p‹ropio›.] Rebecca, titolo di un film di A. Hitchcock, incentrato su un romanzo di D. du Maurier, la cui attrice principale vestiva indumenti di questo tipo). 1. sost. femm. Giacchina a maglia da donna, senza collo, allacciata sul davanti, il cui primo bottone sta, in genere, all'altezza della gola." Il vocabolo, nella medesima accezione, tra i dizionarî dell'Accademia –'diccionarios académicos'–, si trova, presente, altre quattro volte: nell'edizione del 1984 –pagina 1149, colonna 2–, del 1985 –pag. 1881, col. 2–, del 1989 –pag.1343, col. 1– e del 1992 –pag. 1230, col. 2–. Questi cataloghi castigliani, che, tipologicamente, si distinguono in 'usual' –che raccoglie termini d'uso comune e frequente (contrassegnati con la lettera U, in questa rientrano quello del 1984 e del 1992)– e in 'manual' –che, per numero di lemmi e per struttura di definizioni, ha un taglio leggero e compendiario, in maniera da essere di facile manipolazione (marcati con M, vi appartengono i restanti del 1985 e 1989) –, si possono consultare, collegandosi, sulla rete, all'indirizzo http://www.rae.es. Per deonomastici si intendono quei sostantivi, nomi comuni, diventati tali, a partire da nomi proprî. Il film in questione è del 1940, e si tratta del primo tra quelli americani del grande regista inglese. La prima attestazione spagnola, tra gli 'académicos', del nostro vocabolo, è del 1984, con definizione sostanzialmente uguale a quella, che abbiamo riportato, tranne che, al posto di "cuya actriz principal usaba", all'inizio c'era "cuya protagonista exhibía", "la cui protagonista esibiva"; e che l'incidentale "por lo general", rispetto al primo costituisce un'aggiunta. Considerando che l'editore è la 'Real Academia Española', è da credere che le variazioni intervenute non siano di punto valore, quasi operazioni di puro belletto o rinnovo di facciata. Se si guarda, infatti, il film, si noterà che chi indossa il capo è –solo– proprio l'attrice principale –Joan Fontaine–, quella che appare; ma che –a ben vedere– non può dirsi propriamente la protagonista, che è, invece –pur non comparendo, ma incombendo pesantemente in e per tutto il film–, Rebecca, la prima moglie, al punto che il peso del nome di questa assente-presente schiaccia e scaccia quello della Fontaine, della quale non se ne conoscerà il suono per tutta la durata della 'pièce', prendendo quello –non proprio– del marito e, anzi, quello, che a Rebecca veniva riferito –e cioè, di sig.ra de Winter–, di tal che, quando, a questa maniera, sarà interpellata, sentendoselo estraneo e, senz'avvedersene, respingendolo da sé, risponderà d'essere spiacente, ma che la sig.ra de Winter è morta. La variazione definitoria è, quindi, un affinamento di lettura, prima che di scrittura. L'inserzione incidentale, poi, è, invece, l'esito di un'evoluzione stilistica di un indumento, che, dal modello originario, dopo sessantuno anni, ha subito qualche modifica. "Por general" è, quindi, il segnale che capi di diversa foggia nell'abbottonatura possono vedersi, ma ugualmente si chiamano 'rebecas'. Quel che rimane strano, tuttavia, è che, essendo il film del 1940, solo nel 1984 il 'Diccionario' della 'Real Academia Española' incomincia a registrarlo. Ora, per quanto possa essere prassi usuale, per istituzioni come quella, far accumulare tempi lunghi prima di mettere a protocollo un nuovo lemma, quarantaquattro anni di attesa paiono ugualmente eccessivi! E è possibile, allora, che quella segni l'ondata e la rimonta d'una 'nouvelle vague', e che, perciò –allora che la pellicola uscí–, aveva prodotto solo 'ebb tide', "bassa marea"? O non è, piuttosto –quella data d'ufficialità–, da vedersi come il salutare effetto della fine del franchismo –ritardato, quell'effetto, e per l'imponenza e la prosopopea dell'istituzione, e per il passaggio indolore da quel regime alla democrazia (senza, quindi, la ressa d'apparir diversi, che assale tutti, quando quei governi –dispotici, autoritarî o totalitarî– sono scalzati da sommosse e 'suvvoltati' da insurrezioni)–? E cioè, è possibile che il nome ebraico abbia indotto un impulso di rigetto, che avrebbe facilmente trovato fertile terreno d'attecchimento, dissodato e concimato, com'era stato, d'antisemitismo, sin da quando Isabella aveva decretato –1492–, dalla Spagna –'Sepharad'–, l'espulsione degli ebrei, ch'eran stati, giusto cent'anni prima, forzatamente obbligati a passare al cattolicesimo, e, quindi, con piú stretto controllo, quella regina cattolica aveva trattato e sorvegliato quei 'marranos'. Ma questa –lo sottolineo– è solo un'ipotesi, che va verificata, e essa non è, tuttavia, del tutto pacifica anche al solo livello di formulazione e enunciazione, giacché vi osta, e che il film nel titolo della versione iberica non ha subito scancellamenti semitici, e che la Spagna –e in periodo franchista, e in persecuzioni naziste– era agognata meta –sia pure come tappa e trampolino di lancio per altre terre– di fuga dalla Germania di Himmler e di Hitler, e dalla Francia di Vichy –si può per tutti ricordare, anche se con l'inspiegabile epilogo volontariamente tragico, proprio a conclusione della fuga, Walter Benjamin–. Ma questo lascia involto perché gli 'académicos' han taciuto il lemma, nonostante abbiano messo in stampa cinque, tra 'usuales' e 'manuales', di edizioni dal 1940 al 1984. Non ho trovato traccia del termine in questione ne 'Le Trésor de la Langue Française informatisé', che raccoglie tutti i vocaboli di quella lingua, adoperati nel corso dei secc. XIX e XX. Orbene, un tale silenzio è dovuto a spocchia transalpina verso un capo, che, non avendo avuto la cifra stilistica parigina, non poteva avere accesso tra le righe dei 'Diccionnaires de l'Académie'? O l'altezzosità fu nei fatti –e cioè, la maglia non ebbe diffusione–, e 'les Académiens' senza colpa non registrarono che il nulla? O, ancora –come è solito che i Francesi facciano–, l'indumento ebbe successo, e il nome fu altro? Occorrerebbe sfogliare un dizionario di inglese, o, meglio, i varî dizionarî, che diatopicamente rappresentano l'anglofonia, e incominciando dall' 'Oxford english dictionary' –http://www.oed.com–, ma, per consultare quest'ultimo, è necessaria la parola d'ingresso, la cosiddetta 'password'. Io non la possiedo personalmente, e essendo, il mio, e un paese, e sperso, non ci sono istituzioni, che possano averla. Cercate voi, interlocutori di città, in una biblioteca, in altra istituzione o presso amici, se con quella parola d'ordine potete entrare a vedere se c'è 'rebecca' col primo bottone a schiudersi sul collo. Ci sarebbe, poi, da leggere il libro di Daphne Du Maurier –e quello ce l'ho–, per verificare se quella 'chaqueta' già era all'origine, ma non s'era espansa, perché la lettura –si sa– non ha quella spinta diffusiva, che può avere l'immagine cinematografica. Ma se quel libro ce l'ho, non ho il tempo per quel libro, ché altri sono in fila e in coda a aspettare. Altri lo legga, e veda se la 'rebecca' era già in 'Rebecca' (già che siamo in tema di consigli bibliografici, ne ho uno –o, meglio, due: uno pel sinistro, uno pel destro– per l'Augusto Recluso –quello dell'aurea cella 25/06/2003 : 14.50.58–, se lo voglia far imperiale, quel poggio, ai suoi diti –or che sono solo regali–: si legga «La neve a Celm» in 'Zlateh la capra e altre storie', Milano, Bompiani 1978 –pagg. 23-27–, e «[…] di Chelm e la carpa stupida» in 'Naftali il narratore e il suo cavallo Sus', Firenze, Salani editore 1992 –pagg. 81-90 [e non trascuri di scorrere le premesse, in entrambi i testi, a pag. 5]–. Troverà, allora, riscontro letterario –e da nobel– all'imperial postura delle falangi, schierate –su sua autorità– in seconda linea, specie a pag. 85 del secondo: potrà essere, cosí, annoverato come un 'khelmer khokhem', un "saggio di Chelm" –come, con antifrasi mandata a proverbio, si diceva in 'yiddish'–; anzi, tra quelli sarà il primo –re e imperatore–, arcisaggio come Gronam a ponzar coll'indice, puntato e poggiato in fronte alla fronte [Chelm –la 'l' andrebbe raffigurata tagliata– è città, posta a circa 72 km., sulla strada ferrata, a est di Lublin in Polonia, rimpicciolita alle dimensioni favolistiche di uno 'shtetl' –villaggio dell' 'Ostjudentum', gli ebrei 'ashkenaziti' orientali– dalla 'plume' di Isaac Bashevis Singer, insignito nel 1978 dello scandinàvo alloro e scomparso nel 1991]). Venendo alla reticenza italiana, temo che una difesa al quadrato sia stata opposta, perché il termine non avesse i documenti regolari per il riconoscimento e l'iscrizione nei registri della lingua e poter, cosí, finalmente e legalmente, circolare: la difesa della lingua alzava le sue palizzate, perché il nome era straniero, come il capo e il veicolo –la perfida Albione, alleata con la demo-plutocrazia massonica–; la difesa della razza, poi, respingeva, erigendo un contrafforte, l'assalto a una 'limpieza' non mai curata, ma improvvisamente sentita minacciata da ogni rimando ebraico, pur da un nome –un deonomastico–, nella regola grammaticale del quale –la riduzione dell'iniziale– avrebbero –prospiciendosi distortamente dal davanzale del loro abominio– potuto scorgere e ostentare una –anche se speciosa– 'dēmĭnūtĭō' alla dignità della designata e –in quanto antesignana alla schiera del suo popolo– pure alla generalità di esso ampliata –quella restrizione–; sarebbe, dunque, a loro potuto –per e da ciò– parere di trovare conseguente motivo di gioita soddisfazione, per il cosí raggiunto adeguamento a quel, che essi spacciavano come teoria. E invece, giganti a Lilliput nella stalla del loro pensiero, eran nani dinanzi al reale e di fronte a una minuscola! Meglio, perciò, non raccogliere il segno di nessun passaggio, neanche quello incineritosi di fili secchi e di paglia. Sí, ovviamente, anche qui, queste sono solo ipotesi, perché va effettivamente indagato che nessun dizionario dell'epoca non l'abbia catturato –ma, poi, ce ne furono in quel periodo bellico? e se sí, eran davvero nuovi, o non solo ristampe di vecchi canovacci?–. E poi, anche quelli specialistici di abbigliamento lo hanno taciuto, o la piú ristretta circolazione del testo –quasi gergale e da iniziati– ha permesso a quella 'parola a maglia' di sfuggire alle maglie della censura? Lascia, tuttavia, perplessi che il Battaglia –ma, in questo caso, trattandosi di responsabilità, sarebbe, con piú responsabilità, da dire il Bárberi Squarotti– sia stato, al riguardo e nel 1990, zitto –a questa data, infatti, ammonta la pubblicazione del vol. XV, Q-RIA–: non rispondeva, forse, il lemma, ai criterî selettivi, che gli avrebbero garantito l'inclusione in quel catasto? Strano che non sia merito, essere sopravvissuto per tanto tempo! Certo, lo ignora anche il 'Dizionario Storico di Deonomastica', di Enzo La Stella T.: posseggo l'uscita zanichelliana, del 1990 –sul frontespizio, in vero, appare la dicitura della coedizione Zanichelli/Olschki, anche se la veste tipografica è felsinea–. Andrebbe da verificare se il 'Dal nome proprio al nome comune', con cui Bruno Migliorini, nel 1926, a Ginevra, diede avvio alla ricerca sistematica dei vocaboli italiani di ascendenza onomastica –ma che ebbe, nel 1968, una novella edizione con l'integrazione di un supplemento, e che, recentemente (1999), la fiorentina Olschki ha riedito con una ristampa 'laser'–; va visto, dunque –dicevo–, se quella pionieristica ricerca, appunto –allor che escorse per il secondo sentiero–, lo immise in catalogo, tra i documenti del suo studio. Ma –ripeto– il mio discorso, per quanto attiene all'aspetto italiano della questione, è una congettura, perché, per quanto esso si collochi oggettivamente in una tempestosa temperie, che sappiamo, e che di alcune considerazioni di commento abbiamo interpunto, dall'esame autoptico, che, di quel, che ci è stato accessibile, abbiamo condotto, non si sono diradate le perplessità, ma, se mai, si sono ispessite. La pellicola, l'abbiamo rivista da una cassetta, che aveva tratto le immagini da una trasmissione-rai, e nelle sole didascalie di testa –quelle di coda, non ce ne sono– compariva il titolo: 'Rebecca (la prima moglie)', seguito dall'indicazione "dal noto romanzo di Daphne Du Maurier pubblicato da Mondadori". Intanto la scritta è speculare nel rimando alla carta stampata, nel senso che –almeno nella 1a edizione della collana mondadoriana 'I capolavori della Medusa' del 1970–, sul frontespizio, si legge 'La prima moglie (Rebecca)' –e cioè, quel che nel film è fuori, sul libro è stretto dalle parentesi, e viceversa–; in altri termini non è chiaro se quel che è dentro è un'aggiunta seriore, ma, a questo punto, cosa è prima, e dove –nella pellicola o nel libro?– Ora, conducendo partitamente l'analisi, diciamo che se effettivamente cosí comparve nella versione italiana, e che se tutto questo non è l'esito di un 'make-up' successivamente rifatto, risulta strano che 'Rebecca' –con o senza aggiunta di parentesi– sia scorso nelle sale cinematografiche, sia pure per pochi istanti, sui bianchi lenzuoli-schermo, e sia pure con ravvivate folate precarie, a intermittenza di luce –la novità del cinematografo, come stupefacente ritrovato tecnologico, teneva, infatti, desta l'attenzione, pur se angustiata e quasi angariata da flussi luminosi d'intermittenza–. Il rinvio alla pubblicazione milanese –la cui prima uscita avvenne nella collana 'Medusa' nel giugno 1940, mentre in Gran Bretagna era stata nel 1938– farebbe ragionevolmente supporre che questa precedette la versione hitchcockiana; e tuttavia, che il rinvio, solo per approssimazione, le sia combaciante, fa pensare:  o che esso –originario– sia stato stilato con imprecisione, confondendo quale parola era trattenuta dalle parentesi cartacee;  o che la titolazione sia il rifacimento di un restauro, che, accanto a quel, che il tempo e l'ordinaria incuria avevano usurato, ha ritoccato, aggiungendo, alla generica "dal noto romanzo […]", la precisazione dell'altro titolo (precisazione, che forzatamente è risultata imprecisa, perché, collocandosi in aggiunta a quello cinematografico, questo fu deciso che restasse libero [ma che anche sia vera la prima ipotesi –della originarietà filmica–, può essersi, allora, presentata, anche qui e a questa, la condizione dell'aggiunta nella formulazione forzata]). Ma se è vera la prima ipotesi –cioè, che 'Rebecca' compariva sui lenzuoli dello schermo– cosa ne era della censura antisemita fascista? La fuggevole velocità delle immagini ha permesso a quel nome di sfuggire alla rete? E come si concilia, questo, con la fissità, a cui eran inchiodate le locandine, che, annunciandone la proiezione, ne avrebbero denunciato automaticamente la ebraicità? E se pur agli altri era sfuggito, cosa successe a Giovanni Preziosi, che antisemita era davvero? Pure dai suoi occhi si disimpigliò, o la sua furia aveva altro di mira e di preda? Per accertare tutto, occorre guardare in una cineteca –o quella di Cinecittà, dove il doppiaggio fu eseguito e dove, se ci fu, probabilmente avvenne anche il secondo; o quella annessa a una biblioteca, grande e di prestigio–; e non in una, d'accatto e raffazzonata, in modo che sia possibile verificare la fedeltà filologica degli accadimenti. E, a schiusa di chiosa, vanno esaminati i testi a stampa sul regista inglese, non quelli, che, a fascicoli, accompagnano le uscite in edicola della sua cinematografia, e non tanto per timore che non contengano quanto per che diano, falsati e fuorvianti, i dati –e questo, perché lo scopo commerciale della pubblicazione può aver dato fretta alla nascita dei dubbî o, se son riusciti a nascere, al loro diradamento–. Non so se il taglio smilzo della collana 'Il castoro cinema', che il grano 5, per la fiorentina La Nuova Italia, tra il giugno e l'agosto del 1974 –già che li snocciolava mensilmente e l'autorizzazione tribunalizia l'aveva avuta al febbraio di quell'anno–, al 'mago del brivido' dedicò ('Alfred Hitchcock' di Fabio Carlini), contiene quelle notizie. Uguale indagine è da condursi sulla 1a edizione mondadoriana –quella del giugno 1940–, e vedere se il '(Rebecca)', ora contornato dalle tonde, già era allora, o se, invece, è stato un rimando di risposta e di cortesia –successiva, ma tardiva– all'altra –quella ricevuta–, di cortesia. Ma non è che questo silenzio fu un mero fatto economico –e cioè, d'economia di guerra–? nel senso che la minore produzione economica –o, meglio, la diversificata produzione verso piú offensivi manufatti– tenne nascosto o ristretto quell'indumento, ma prima economicamente e di conseguenza linguisticamente? Ciò avrebbe limitato la diffusione –del capo e del vocabolo– all'area economicamente piú attiva –il Milanese–; e in Friuli, l'eccentricità –d'una temporanea casuale permanenza geografica prima, e poi anche linguistica–, solo quella li avrebbe colà esportati e radicati? E questo –produrre per Dunkerque o per Vichy, a aggiungere gradi e ferro alle acque–, questo, per l'appunto, sarebbe il senso vero del silenzio francese? Ma andrebbe controllata l'area anglofona, che, tuttavia, essendo punto irradiante, costituirebbe eccezione, che non butterebbe all'aria la spiegazione. E cosí si interpreterebbe la presenza iberica di quel vocabolo, ché, effettivamente, non belligerante fu –quella terra–, essendo da poco uscita da una –di guerra– tutta sua. Resterebbe, se ciò fosse vero, da risolvere come si diffuse –ma occorrerebbe appurare da quando– nei Paesi scandinàvi, già che, come ci riferisce Lucky, 'rebecca', in Norvegia –che, di guerra e di Quisling, fu palcoscenico–, è in un catalogo commerciale. 'Rebecca', dunque, un capo a maglia e un deonomastico, come numerosi, gli esempî di capi di vestiario derivanti da nomi proprî di persona; probabilmente effetto –questo– dell'esistenza, nel lessico –ma prima concettualmente–, dell'idea e del termine 'modello', riferito a persona da imitare (da prendere a misura, cioè, ripercorrendone la vita, o il tratto di essa, preso a riferimento), e 'modello', come campione, esemplare di stile di 'couture' da riprodurre –imitare, quindi– nel settore della sartoria; dell'influenza reciproca –dell'incrocio, linguistico e concettuale, di queste due accezioni, cioè– probabilmente è conseguenza la frequenza di deonomastici nel campo della moda. Possiamo riferirci a 'cardigan', tra quei numerosi, il quale, come identificativo di approssimazione e di rappresentazione, è stato avanzato da chi, della denominazione vestiaria investigata, serba memoria di famiglia (a proposito, sig.ra Loretta, cos'è "Club Dumas", e dove è possibile trovarne copia?). Il 'cardigan', che è giacca, pur essa a maglia di lana e senza collo –per ciò s'approssima alla nostra, ma per essere, come è stato opportunamente rilevato, a 'V', se ne discosta–, prende nome da Thomas Brudenel, settimo conte di Cardigan, che ne faceva uso, e per essere rimasto famoso d'aver guidato il 25 ottobre 1854 'la carica dei Seicento' a Balaklava, nella guerra di Crimea, e per averlo indossato quando a lui e al suo corpo di spedizione furono, a Londra, resi gli onori, famoso egli rese, oltre a sé, pure il capo. Collegata con la guerra di Crimea, si può citare la manica 'raglan', riferita al cappotto senza spalle, poiché questa si innesta in maniera radiale al collo, giacché Fitzroy Somerset, primo barone di Raglan, eponimo di quella, cosí doveva portarla, per mimetizzare la perdita di un braccio, patita nella Waterloo napoleonica. Se, ora, infine, intrecciamo la maglia dei deonomastici, che stiamo filando, con altro tessuto –la lingua straniera supposta– di un altro capo (possiamo inserire quest'ultimo risvolto in "parole straniere: accento, ma non solo", ottenuto –il titolo–, combinando le parti giacenti nel vecchio appartamento alle coordinate 28/07/2003 : 22.17.24 - 29/07/2003 : 13.02.31), allora noteremo, appunto, che il nostro inglese immaginato "favoleggia" –per trar parola da Vittorio 31/07/2003 : 23.43.37– d'un nome –'smoking'–, del tutto ignoto per gli anglofoni, ai quali non è sconosciuto l'indumento, che, con deonomastico da Tuxedo Park –toponimo e località mondana dello Stato di New York, che s'era soliti frequentare abbigliati con quel capo–, essi –quelli d'America, s'intende– chiamano 'tuxedo'. "Favoleggiamo", quindi, di vocaboli inesistenti in quel mondo e, per gli anglofoni, inintelligibili (toh, ma guarda cosa ricompare! a quando il coro, visto che il salmo, da di rimpetto e di rinterzo, è stato antifonato il 21, nell'ufficio di compieta, l'ultima, canonica, tra le ore, prima di coricarsi; e con tuono e rango diaconale, questa volta: da un Unzio flore-veneziano, in somma, non piú akragantino o girgentese?!? ma mi raccomando: monodia corale in perfetti austeri neumi gregoriani!!!). Praticamente, noi –Italiani– facciamo gli Inglesi, allevando 'vacche spagnole' –facendo proliferare, cioè, termini da noi pretesi inglesi–, come gli Inglesi tolsero dall'anonimato lo 'sherry' spagnolo –tutt'altro da 'cherry', quando giaceva in sonno, era 'xeres', con la variante allofonica, o solo allografica, 'jerez' [de la Frontera: dai piú, questo sí, piú diffusamente ora conosciuto, per la rombante polvere, che stappa le orecchie dei motorofili]–. Chiamare quell'elegante abito maschile, 'smoking', infatti, è effetto, risultante da quel fenomeno, che si può assumere nella categoria della 'vacca spagnola'; sintagma, apparentemente a monovalenza deonomastica nell'esito, e, invece, è a bivalenza, già che esso è sintetico dell'espressione francese "parler français comme un Basque espagnol", "parlare francese come un Basco [parla] spagnolo". I Baschi, infatti, per solecismo –anche questo, deonomastico dalla città cilicia, colonia ateniese, Σόλοι [Sóloi]–, a causa della difficoltà di pronunziare correttamente lingue romanze –postalveolando il consuono dell'uvola e dell'alveolo, e aprendosi a un refolo spirante la bilabiale–, fanno diventare 'vache', quel 'Basque': 'vache espagnole', appunto, 'vacca spagnola'. Come i Baschi, parliamo, noi, dunque, l'inglese: allevando per Albione 'vacche spagnole'.

Autore : Luigi Pizzilli - Email : luigiduilip@tiscali.it
Inviato il : 26/08/2003 alle 20.43.53


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