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L'ambone, l'ancona e il leggío

Creato il: 04/08/2003 alle 19.26.06

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L'ambone, l'ancona e il leggío
Il significato di "intelligenza", in quel mio intervento –26/07/2003 : 22.37.57–, è lo stesso di "comprensione", ma proprio lo stesso –come raramente accade nella compagnia dei sinonimi–, sí che il sermone di razzismo è fuori luogo –considerato, poi, che, senza fatica, quello non m'appartiene–. Ma ammettiamo –per montar sú un'ipotesi– ch'io di mio lo sia; qui, però –se esaminiamo lo stato–, non lo sono stato: e allora, perché Lei dice il contrario? Perché, qui, mi fa generale, se, senza aver gradi né galloni, nemmanco da caporale –figuriamoci, se mai!–, al piú è stata –per non uscir fuori di quella metafora– una scazzottata in caserma, ma, quantunque con tanti, sempre scelti e, allora, privata? Infatti, razzismo non c'è, perché, perché di esso ci sia pertinenza, occorre, e il requisito della qualità, e della quantità. Se, dunque, fingiamo –ma per costruire un assurdo– che quella ci sia, l'ultima, invece, perché ci sia pure, deve essere totale. Da dove si cava ch'io ho raccomandato di trascurar la totalità indistinta dei tecnici –e cioè, di tutti i, come Lei ha iniziato a enumerare, "contadini, i muratori, gli operatori ecologici, etc. etc...."–? Non era chiara la consecuzione dei fatti? (grazie!, Stefano, d'aver levato gli scudi, e d'aver dato governo e fondamento al discorso e alla mia difesa!!! «Λογοθέτης του δρόμου;» -ma il primo dittongo è coronato cosí ˜- [«Logothétēs toû drómou?»]). E quella, che, precedendo, era nelle parole –gli uni e le altre: séguito di quel, che ana_basis ci aveva esposto–, giocava a nascondersi, forse? "La mia, Gliela unisco" –avevo detto, e sin dal titolo–: dove sta il sostantivo reale di riferimento di quel «-la», quello, cioè, in supplenza del quale sta "La mia"? E perché adopro «unisco»: mi mancava, forse, trovare un sostituto? Non Le dice nulla la ripresa e la olofrasi –al meno, come tendenza–? Le mancanze e le assenze non erano senza giustificazione, ma volevano continuare il disegno di un'espansione, iniziato da un altro –come quei giochi, linguistici, che fanno i bambini quando son bambini, o quando gli adulti, per gioco di Natale, solo allora sembra loro di fare–. Tale è, infatti, la struttura delle componenti di dialogo: gioco linguistico di risposta, dove le tue mosse libere, son legate a quelle avviate da altri. Cosa dovevo? Invitare ana_basis a invitare i suoi tecnici a rileggere quel, che loro aveva già fatto leggere? E sperare nella buona sorte o nella buona luna? Ho detto, invece –ma dopo quei fatti e quelle parole–, che trascurasse d'ottenere quella comprensione, che non aveva ottenuto –'id est', intelligenza–. Ma, tuttavia, non capisco: ho adoprato, io, lo stesso –ognuno non conoscendo dell'altro– argomento che altri. Cosa, allora –lo chiedo, a questo punto, a tutti gli interlocutori, che s'affacciano su questo cortile, magari aprendo un nuovo tema di discussione–; cosa, dunque, fa apparire una cosa –e indipendentemente che lo sia–, e cosa –pur essendo la medesima– fa che appaia altro? Sarà stata la monotematicità del mio spezzone a tenere scoperta 'la presunta cosa', che, invece, è stata inglutita nell'altro intervento, che ha dispiegato, a raggiera di ventaglio, piú argomenti –eppure, non aveva mancato, l'autore di esso, di andare, con parafrasi, a rinterzo, nel terzo della prima, del primo emistichio del 51, che già Dante, di suo e da par suo, aveva fatto carco!–: ma Lei, che, in clausura in quell'altro chiostro, ha cella - rIO - 28/07/2003 : 22.00.41-, non ha gettato un fiato, stanco d'aver già gettato e svuotato, su me, il Suo sacco di bile. Ma non, per questo, mi curerò di infierire –e letteralmente–: e non solo tacendo d'un paragone con quella facile specie, che ha, come individui di fama, Buridano, 'aze' e Ocno –e cioè: il filosofico, il teologico e l'artistico–; di quelli –in somma–, che erano da osteria, da basto e da soma, prima che il 'sommelier' –lor serviere– con il maniscalco s'emancipasse, diventando da sergieri marescialli –l'un di camera, l'altro di palazzo– (parlo, cioè, del 'someriere' –o 'somariere'–, che, per scancellar la stalla e lo scantinato –e ascendere, cosí, al casato– dissimilò la 'r' in 'l', come quell'altro fece della 'n' in 'r' –ma no! son chiacchiere e non è vero! son sol maligno e rodo d'invidia!–); dunque, non sol a questi non alluderò, ma tacerò pure d'altri –e piú vicini–, che entravano in azione e in riflessione, non appena s'allumava un lume (per il vero, di questa muta è il vero Buridano –come sa ben chi ben sa–, e non è di quegli altri, com'anche dicono –e sanno male– quasi tutti, come si legge e si rilegge, nei 'Sophismata', nel lato 'verso' al foglio 71 del Cod. Vat. Lat. 2162) . Dunque, né degli uni né degli altri io dirò. Però –Glielo ripeto–, fuor di luogo e di misura è stato il Suo sermone, e l'intemerata. E dunque, levi di issarsi sull'ambone –e dinanzi a un'ancona– a far 'Canta l'Epistola'! Si metta –ben sí– su un leggío un messale, ma della liturgia della lingua: ché, se avessi voluto «Sentir messa», avrei scelto altro tempio che questo, e altro presbitero che Lei!

Autore : Luigi Pizzilli - Email : luigiduilip@tiscali.it
Inviato il : 04/08/2003 alle 19.26.06


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