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Quel li delle date così bistrattato

Creato il: 19/02/2003 alle 20.51.42

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Quel li delle date così bistrattato
Così bistrattato –quel li, che precede l'indicazione numerica dei giorni nelle date–, che persino i documenti –lettere, certificati, bandi di concorso e manifesti– dei più svariati enti pubblici –Comuni, Prefetture e Regioni– riportano con noncuranza quella paroletta tramutata in lì, come se fosse un avverbio locativo. Ne sono immuni le carte di identità, perché il cliché tipografico fu preparato quando, di quelle due lettere, si conservava ancora l'esatto valore. Dalla diffusione pandemica non è stato esente, per un certo periodo, neanche il Ministero della Pubblica Istruzione, che rilasciava a studenti di Scuola Media Inferiore pagelle, che sul frontespizio recavano per ben due volte quel che B. Migliorini –nell' Appendice all'ottava edizione del 1942 del Dizionario moderno di A. Panzini– bollava come "errore grossolano"; e cioè: "scrivere lì (con l'accento)". Le rinomate annate di quelle pagelle sono gli anni scolastici 1994-'95, 1995-'96, 1996-'97; già l'anno successivo il lì non compariva più e ignoro se la prelibatezza potesse gustarsi anche negli anni precedenti a quelli indicati. Per strano che possa sembrare, l'estremo della marchianità non sta tanto nel fatto che quei documenti avessero in testa l'intitolazione di Ministero della Pubblica Istruzione –che istituzionalmente pur presiede all'amministrazione dell'insegnamento e della cultura (e qui verrebbe a proposito il grido giovenaliano "quis custodiet ipsos / custodes?")–, ma nella dicitura, che si leggeva in calce: Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato. Ora, poiché il Poligrafico per statuto ha il compito di emettere valori, che, per il fatto stesso di essere emessi da esso, sono salvi da errori (anzi, è proprio la mancanza di errore, che, inerendo ai suoi manufatti, ne costituisce il marchio e la prova dell'autenticità; errore, che, invece, invade quel che non esce dalle sue macchine e, per questo, è falso); se, dunque, nell'autentico si riscontra la presenza di ben due errori, si perviene, allora, al colmo che l'autentico e il falso coincidono, e che chi emette l'autentico, emette, contemporaneamente, anche il falso. Per spiegarcene la genesi, potremmo dire che si produce, qui, una catalizzazione dell'errore, a causa della vicinanza dell'indicazione del luogo. Catalizzazione, perché oggettivamente il luogo non interviene nella determinazione temporale della data; tuttavia, in questo caso –per un indebito atto di arbitrarietà del soggetto–, essa ne influenza l'esito erroneo. Il luogo, cioè, agisce come quegli elementi, che, pur non rientrando direttamente in una reazione chimica, essendone estranei, ne condizionano il processo. Neanche se si volessero sovvertire e cambiare i valori convenzionali delle parole –dei segni–, che si succedono secondo quella consecuzione –e la cosa teoricamente è possibile, perché è il parlante, in ultima analisi, che stabilisce quel che vuol dire–, potrebbe essere ammessa la presenza di lì come avverbio di luogo (a me è capitato che qualcuno, dietro la contestazione e la segnalazione dello strafalcione, rispondeva che egli dava a quella paroletta il valore locativo). L'uso non sarebbe consentito, perché gli avverbî di luogo del tipo, al quale appartiene lì (qui, costì, lì), si adoperano secondo la stessa norma, che regola la distribuzione dei dimostrativi questo, codesto e quello. Perciò, poiché la località, che precede quelle due lettere, indica il luogo vicino alla persona, che stila il documento, l'avverbio dovuto sarebbe qui, giacché là, dove si mettesse lì, la sequenza Matera, lì 19 febbraio 2003 acquisterebbe l'insensato significato di Matera, [in questo luogo] lì[,] 19 febbraio 2003, con grande "stridor di denti" tra questo, che, rispetto a un punto di riferimento, fissa la vicinanza, e lì, che, contemporaneamente, ne marca la distanza.

Autore : Luigi Pizzilli - Email : luigiduilip@tiscali.it
Inviato il : 19/02/2003 alle 20.51.42


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