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Dubbio

Creato il: 13/02/2003 alle 21.16.54

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Dubbio
Tutte le grammatiche italiane che ho consultato indicano la forma 'cui' del pronome relativo come tipica per i casi indiretti dopo preposizioni diverse: di, a, per, da, su, in, ecc.; ne citano inoltre l'uso come complemento di specificazione tra l'articolo e il nome ("la cui figlia", "il cui pensiero", ecc.) e quello, antico e sempre raro, come complemento oggetto. Tutte queste grammatiche specificano inoltre che nel caso del complemento di termine la preposizione 'a' si può ("si può", non "si deve") omettere: con diverse sfumature, dal diffidente «talvolta» usato da Migliorini alla formulazione di Dardano e Trifone, che mi sembrerebbero preferire leggermente l'uso senza preposizione. Senza esplicita preferenza direi Panzini e Serianni, mentre il Rohlfs, conforme al suo assunto storico, si limita a registrare i fatti, cioè la coesistenza dei due usi sin dai tempi piú antichi. Sul fronte dei dizionari, lo Zingarelli dichiara «letterario» l'uso come complemento di termine del 'cui' non preceduto dalla preposizione; il Battaglia definisce "prevalentemente letteraria" l'ellissi della preposizione nel caso del complemento di termine; il Duro, allievo del Migliorini, qualifica perentoriamente quest'uso come «esclusivamente letterario». Quanto agli esempi riferiti nel Battaglia, il piú antico con la preposizione di termine è tratto nientemeno che da Guittone d'Arezzo; ho notato l'assenza di Dante e Petrarca dagli autori d'esempi con la preposizione di termine, mentre è presente il Boccaccio (con un «...di Colui a cui...» che, se da una parte dimostra ancora una volta quanto sia cambiata la prosa italiana dai suoi tempi ai nostri, dall'altra cadrebbe nel grottesco se privato della preposizione). Non mi sentirei quindi di rifilare al Carducci un sonoro quattro in italiano per il memorabile 'incipit' della piú celebre anacreontica della nostra letteratura: «L'albero a cui tendevi / la pargoletta mano...»; togliete quel correttissimo «a», e una nube copre il sole sopra l'albero. Sempre dal Carducci, dall'ode barbara dell'«inconscia zagaglia», ricordo poi il meno noto «... tra il mare e Dio, / cui tu credevi.»: per me quest'ultimo 'cui', senza preposizione per ovvie necessità metriche, può essere sentito quasi come un complemento oggetto anziché di termine. Luxlisbon può quindi usare o no la preposizione a seconda del ritmo della frase e del gusto personale, ma quando non la usa consideri che tutto il registro debba conformarsi a una certa elevatezza; e soprattutto non consideri scorretti "moderni" gli 'a cui' che incontra. Aggiungo che personalmente, sempre in dubbio se usare o no la preposizione, ricorro, ogni volta che siano lecite e non riescano troppo lunghe, alle forme piú estese come 'al quale'. Trovo infatti l'odierna mania del 'cui' piuttosto burocratico-cimiteriale. E non dimentichiamo l'utile esistenza dei pronomi dimostrativi.

Autore : Vittorio - Email : Vittorio.Mascherpa@rcm.inet.it
Inviato il : 13/02/2003 alle 21.16.54


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