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Boccaccio e Lutero

Creato il: 27/11/2002 alle 09.24.39

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Boccaccio e Lutero
Sono molto contento che qualcuno abbia raccolto la mia "provocazione", anche se non mi risulta d'aver mai definito il Boccaccio «indecifrabile», ma solo d'averlo compreso tra i prosatori «d'impervia lettura per chi non possiede un'adeguata formazione». Io sono italiano di nazione e lingua; ho studiato il tedesco solo a partire dalla scuola media inferiore, ma faccio meno fatica, lessico a parte, quando leggo il tedesco di Lutero e dei 'routinier' pietisti autori dei testi per Bach, che non l'italiano di Boccaccio o Guicciardini (o, Dio ne scampi, d'un Guerrazzi). La spiegazione mi sembra semplice: la prosa italiana ha vissuto un'evoluzione continua dal XIII secolo (piú o meno come l'inglese: poco importa, da questo punto di vista, che oltre Manica l'evoluzione abbia investito anche il linguaggio in versi, il quale in italiano appare invece forgiato per sempre dai formidabili padri). Invece il tedesco (come in minor misura il francese) è una lingua per cosí dire "convenzionale", stabilizzata solo dopo l'invenzione della stampa: su tutto quel che venne in seguito non mancò certamente d'effetto la dichiarata intenzione di coniare una nuova "lingua di comunicazione" per tradurre in modo comprensibile la Bibbia (con drastiche e significative novità grammaticali: si pensi ad esempio alla formazione del futuro e del passivo, "funzionale", si sarebbe detto ieri, "al sistema" luterano). Questo fa sí che il tedesco letterario attuale è molto meno dissimile da quello del XVI secolo di quanto non accade per l'italiano, la cui prosa, ripeto, non mi sembra offrire per la "lingua di comunicazione" autori di riferimento anteriori al XX secolo, eccezion fatta per il Leopardi "privato" dello 'Zibaldone' e forse per qualche dimenticatissimo memorialista o un certo gastronomo ancor vegeto. Il Manzoni era ben consapevole del problema, ma non direi che l'abbia veramente risolto: oggi, se la 'Ventisettana' suona leggermente "regionale", la lingua della 'Quarantana' non riesce a celare una certa artificiosità, almeno per un orecchio del Nord. Dico questo, sia ben chiaro, con la piú grande ammirazione per il Boccaccio e per il Manzoni, «conoscitori del cuore umano» capaci come pochissimi altri di renderne le infinite sfaccettature. Per quanto riguarda il Gadda, forse non era abbastanza chiaro che annovero tra i possibili modelli di prosa "di comunicazione" non tutta la sua opera, ma «il Gadda e il Montale pubblicisti». Lungi da me pensare che l'altissimo poeta della 'Cognizione del dolore' possa essere preso a modello nell'insegnamento scolastico dello scrivere in italiano: l'ammirazione non mi porta a supporlo di facile lettura (né a condividerne alcune note stroncature: allo stesso modo considero Montale un sommo poeta e un insostituibile critico del teatro musicale, ma non esito a considerarlo "fuori bersaglio" quando, ad esempio, definisce «pestilenziale» il 'Livre pour Quatuor' di Pierre Boulez). Anche sul buon Cicerone temo d'aver causato un 'qui pro quo': mi sono riferito a una tipica differenza sintattica tra latino e italiano, e ho fatto il nome del prosatore latino piú celebre, senz'altro immune da esempi di consecutive con l'indicativo. Boccaccio ha una sintassi modale già tipicamente "italiana", ma il suo periodare è ancora molto legato alla 'concinnitas' classica. Infine, anch'io ammiro molto l'uso che il Montanelli (Indro) sapeva fare della lingua e sono d'accordo con Lei nell'aggiungerlo al mio "canone" novecentesco (che però, mi permetta, comprendeva ben altri insieme a Calvino, monocromo forse, ma certamente maestro di limpidezza e concisione).

Autore : Vittorio - Email : Vittorio.Mascherpa@rcm.inet.it
Inviato il : 27/11/2002 alle 09.24.39


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