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Mĕdēlă, lŏquēlă, quĕrēlă, sĕquēlă

Creato il: 29/07/2003 alle 18.04.41

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Mĕdēlă, lŏquēlă, quĕrēlă, sĕquēlă
L'espressione "mĕdēlăm percipiendăm" significa "la misura, la quantità medicamentosa, che deve essere assunta", o –come intende avemundi– "che deve essere mangiata" (e questo, perché il mangiare costituisce una –non la sola– forma di assunzione). Ma la nozione di "mangiare" non è inglobata, attraverso elementi suffissali, in «mĕdēlăm», ben sí in «percipiendăm» –forma gerundivale < «percipĕre», che significa "assumere", e che per la forma modale implica il concetto di "obbligo" e "necessità": la cosiddetta 'perifrastica passiva'–. «Mĕdēlăm», invece –accusativo singolare di «mĕdēlă»–, si scompone in due elementi: «mĕd-» –che è quello che, chi ha seguito l'argomento, ormai conosce–; e «-ēlă-», il medesimo, che si ritrova in «lŏqu-ēlă», "favella, parola", «quĕr-ēlă», "lamento" e «sĕqu-ēlă», "seguito", e esso è la femminilizzazione di un antico suffisso indoeuropeo «*-ēl-», che, per restare al latino, si ritrova in «crud-ēl-ĭ-s». Il suffisso femminilizzato –adoperato per ricavare degli astratti (questo ci rivela che «mĕdēlă», prima che un preparato concreto, è una "misura" immateriale, avvicinabile dal pensiero –tutt'al piú–, e lontana, come si marcherà in iranico, attraverso l'aggiunta d'un prefisso)–, lo si riscontra –sia pure con una formazione modificata– in «con-tum-ēl-ĭ-a», "oltraggio, ingiuria", che deriva da «*con-tum-ēl», ma attraverso una forma aggettivale «*con-tum-ēl-ĭ-s» –dello stesso tipo di «crud-ēl-ĭ-s» e «fid-ēl-ĭ-s»; cosí si comprende la presenza di quella «-i-»–; e il significato del cosiddetto semantema («-tum-») è "rigonfiamento, insolenza, provocazione". Appartengono alla medesima categoria, anche quei sostantivi, che, però, premettono a quel suffisso una dentale –la «t», che, in latino, rimane immutata–; cosí potremo allineare, accanto a quelli, che abbiamo collocato sulla porta di questo foglio, anche «tū-tēla» < «tŭ-ĕ-or» ["tutela, protezione"; "custodisco, proteggo"]; «cŏr-rūp-tēla» < «cŏr-ru(m)p-o» ["corruttela"; "corrompo" –la «m» è elemento, che si infigge solo nel tema del sistema del presente: non è, perciò, radicale–]; «cau-tēla» < «cau-ĕ-o» [lo scolastico «căv-ĕ-o»; "cautela, protezione"; "custodisco, proteggo"]; «sū-tēla» < «sŭ-o» ["trama "; "cucio" –nell'espressione "tunica inconsutile", l'aggettivo contiene lo stesso semantema, con riferimento a quella veste, che, perché non cucita, sul Golgota i soldati romani si decisero ai dadi–]. Lo stesso ampliamento suffissale, lo si rinviene nell'hittita –solo che, per ragioni di evoluzione fonetica sua propria, esso diventa «-zel» [<«*-tel»]–: «taya-zēl» < «taya-» ["volo"; "volare"]; «šarnik-zēl» < «šarni(n)k-» ["compensazione, risarcimento"; "compensare, risarcire (un danno)"]. Riguardo al primo elemento di «mĕdēlă», diremo che esso può presentarsi con vocalismo «e», breve o lungo, e con vocalismo «o»: e cioè, quindi, «mĕd-/mēd-» e «mŏd-». Il senso fondamentale –ma generico– di tale tema è "misura", e esso si specifica, rilevandolo dal particolare campo semantico, entro cui esso si distende. Quando accade nel campo del diritto, sarà "misura giuridica", e avremo, allora, l'osco «med-dis-s», "chi addita la misura giuridica"; l'umbro «meř-s» < «*med-os», "diritto". Quando si espanderà nel campo della medicina, sarà "misura terapeutica", e avremo, allora, in latino, «mē-dĭcŭs» < «*mĕd-dĭcŭs», "chi indica la misura per restaurare l'equilibrio infranto dalla malattia", che ha un parallelo, in avestico –lingua religiosa dell'iranico–, in «vī-mad», "medico" [con «vī-», che è particella prefissa e rimanda a una nozione di distanza –spaziale e temporale–, a significare che la misura della soluzione ripristinante sta già, in un luogo e in un tempo –non è, vale a dire, da escogitare o da inventare sul momento–, lontani dal malato individuo e particolare]. All'interno di questi due dominî, si possono disporre, in quello della "misura giuridica": - il greco «μέδ-ω [«méd-ō», con «ĕ» tonica, breve], "comando, regno [perché conosco la legge, divina e umana, che è misura di un tale reggimento]"; - «μήδ-ο-μαι» [«méd-o-mai», ma con «ē» tonica, lunga], che significa "medito, preparo, ho in mente un progetto, qualcosa [di cui conosco la misura]"; "prendo misure" –d'ordine militare, per esempio (un sintagma per cosí dire bellico fa, spesso, da completivo in frasi, retto da un tale verbo)–. In quello della "misura medica" si collocano: - «mĕd-ĕ-ŏ-r'», che è il verbo, che descrive –sarebbe da dire prescrive– la cura; - «rĕ-mĕd-ĭ-ŭ-m», che è il termine, che, a partire dall'epoca classica, sostituirà l'arcaico «mĕdēlă», e contiene tra i suoi costituenti un preverbio [«rĕ-»], che, esplicitamente, rimanda all'azione di redintegro dell'equilibrio –qui biologico– originario (da questo canto si avvierà per una strada, che lo porterà a avere senso –ognuno lo sa– generico di “rimedio”); - «mĕd-ĭt-ŏ-r», "medito", che, rispetto a «mĕd-ĕ-ŏ-r», possiede un valore aspettuale iterativo –glielo dà il suffisso «-ĭt-»–, a intendere che l'esercizio ripetuto e frequente permette di conseguire il traguardo della misura e della riflessione; - «Mĕd-ĭtrīnă», la dea del mosto e del vino novello, invocata, in una formula d'augurio –apotropaica e propiziatrice insieme ["omĭnĭs gratĭā"]–, che aveva obbligo di pronunciare chi per primo lo assaggiasse, affinché esso fosse –perché ritenuto curativo– efficace contro tutti i morbi, specie verso quelli vecchi, come ci informa Varrone al 6, 21 del 'De linguā Latinā' –'Sulla lingua latina'– (se si pensa alle proprietà tanniche del vino, riconosciute, secondo i crismi della scienza odierna, come benefiche per la salute, o a quelle dell'umbro Sagrantino, i rozzi Latini non erano, poi, fuori dalla conoscenza della "misura della scienza". Del resto lo stesso Varrone in un frammento –il 111 B– aveva affermato: "hoc aegritudinem ad medendam invenērunt" [«med-endam», gerundivo –qui, con valore finale, preceduto dalla preposizione «ad»– < «mĕd-ĕŏr»], "lo [= il vino ] inventarono per guarire la malattia"); e le feste religiose, che per l'occasione si tenevano –i «sacra»–, in onore di quella dea erano chiamate «Mĕd-ĭtrīnălĭă» [il «-tr-», che si osserva nel nome della dea, e del suo derivato, ha diverso valore dalla medesima sequenza, riscontrata in 'contrario']. Come si vede, è successo a questi lemmi che, discendendo dai medesimi lombi –diritto e medicina–, e espandendosi in un territorio sempre piú ampio, a motivo della lontananza dal punto d'inizio, e in ragione di stipule matrimoniali indipendentemente contratte, hanno sviluppato una qual autonomia regionale, recidendo –quasi– quei legami originarî. Con vocalismo forte –«o»–, quel tema –«mŏd-»– genera «mŏd-ŭ-s», che, da “misura di superficie”, soprattutto agricola –per la capacità, si utilizzava un derivato da esso, «mŏd-ĭ-ŭ-s», “moggio”; mentre il greco, adoperando l'alternante timbrico «mĕd-», diceva «μέδ-ιμνος» [«méd-imnos»]–, transita a quello –ultimo– di “limite”. Questo –“il limite”– è misura massima, a cui tendere o da non varcare; la qual cosa induce la considerazione, operando uno spostamento metonimico, a slittare dal punto osservato –“il limite”– all'osservatore, e alla sua maniera di comportarsi; cosí “il limite” diventa “maniera di condursi” o “di dirigersi”, prima verso quel “limite”, poi verso qualsiasi altrove: e cioè, il punto fermo si dinamizza. Infine, si passa a “maniera” 'tout court'. L'ablativo di tale sostantivo, «mŏd-ō» –ma, per la legge giambica dei disillabi, la «breuis breuians», "la [iniziale] breve che abbrevia [la lunga successiva]", mutatosi in «mŏdŏ» –, cristallizzatosi in avverbio, da “in questa maniera [e non in un'altra]” > “soltanto”, e, quindi, passa a valore temporale di “ora” (si potrebbe, qui, ricordare il «mo'» –apocopato–, sia con valore modale che temporale; o, anche, il meridionale «mu'», "ora" e «mu' mu'», "or ora"). Cosí, nel girarsi di «mĕd-» in «mŏd-», dopo aver significato il massimo dell'estensione –“il limite”–, quella "misura" lo varca –'si' valica–, e, su uno sfondo di notazione musicale –anche questo vale «mŏd-ŭs»–, si invola nel tempo; perciò, attraverso l'impalpabilità della misura del tempo, la quantità si qualifica: e cioè, si fa qualità, si modalizza. E, dunque, attraverso il tempo, dove la dimensione si smaterializza, essa diventa modo: e cioè, maniera; la quale è, "la misura della qualità". Da «mŏdŏ» temporale si origina «mŏd-ernŭs», nonché il nostro 'moda' –ora, se si pensa agli eccessi di certa 'moda', sembra lo sperimentare un ossimoro, impiantato con l'assente, come di materia a antimateria, che non c'è ma sta, con l'«οξύς» ([«oxýs»], l'«acuto», l'«intelligente») nella veste della parola, 'moda', e il «μωρός» ([«mōrós»], l'«ottuso», lo «sciocco») nella veste della veste–. Ritornando al primo elemento con gradazione vocalica «e» –e, se non per rientrare nel circondario, per restare nelle vicinanze della medicina, al meno–, dirò di un vocabolo –o d'uno e qualcosa– in breve, e di un altro il tempo d'un ragionamento. Il primo è «Μέδ-ουσα» [«Méd-usa»], –o «Μέδ-οισα» [«Méd-oisa»], come si presenta in dialetto dorico– e cioè, Medúsa, una delle tre Gorgoni, figlie di Forcide e Ceto, personaggi mitologici –quelle–, che Pindaro nelle 'Pitiche', alla XII, dalle «άπλατοι κεφαλαί» [«áplatoi kephalaí» –ma sul primo «a» spira dolce–] con vertigine inventiva dipinge, –e cioè, dalle “inaccessibili teste”, come, scavando tra le lettere, Bruno Gentili quell' «άπλατοι» [«áplatoi»] rende–. Il vocabolo –del nostro mostro–, sia in attico che in dorico, è, per la forma, un participio presente femminile da «μέδ-ω» [«méd-ō»]; ora, se sovvenendoci del significato, che immane a quel tema, e di quelli, che il verbo allinea nel suo campo, li combiniamo –secondarî e primario– in uno –unico e intrecciato–, dell'orrificante mostro, allora, ci risulterà “colei, che, conoscendo la misura, tiene il reggimento della vita”; "custode, protettrice della vita", quindi. La Medúsa, che era effigiata –e cosí le sue sorelle, Steno e Euriale– con la testa con serpi a capelli, ha la terribilità, propria di esse: il suo sguardo era accecante e paralizzante –come non vedere l'effetto d'un potere ofiaco!?!–, di cui s'impossessa la stessa Atena, la «Γοργωπις» –ma sull'«ω» insiste il circonflesso [«Gorgôpis», la vocale tonica è lunga «ō»]–, la "Gorgopide", («η Διός Γοργωπις αδάματος θεά» –ma con spirito aspro sulla vocale a inizio della prima, dolce a quello della quarta; e con grave sulla tonica della seconda [«hē Diòs Gorgôpis adámatos theá»], "l'Occhigorgonea figlia di Zeus, indomita dea" –cioè, "vergine", «παρθένος», [«parthénos»], come chiosa lo Scoliaste al 450 del Sofocle di 'Aiace'–), facendosi sovrapporre, sullo scudo di battaglia, la testa, che per suo conto Perseo aveva tagliato. Medúsa possiede, dunque, di poter disporre della vita e della morte –e perché "misura" vi è di tutte le cose: misura di vita, e misura di morte–. E questo le viene, per essere come il serpente: l'avere un liquore, che è veleno e mortale; ma che, omeopaticamente, è –a quello– antidoto e vitale. Solo la quantità –ma infinitesima da diventare irrilevante alla percezione degli uomini– lo fa peso di morte o lievito di vita, al punto che nella formula d'incantesimo –e pronunciata con la fissità e la precisione della ritualità– sembra risiedere quel miracoloso effetto di vita. E questo, è inscritto nello stesso "racconto" di quel "mito": Perseo, quando, per non restar come pietra, per ucciderla la guarda nello specchio di uno scudo, recisale la testa, raccoglie separatamente il sangue, che scorre dalla vena sinistra, e quello, che dalla destra: l'uno sarà veleno, l'altro terapeutico. E cosí Medúsa, la ofioplócama –«dai riccioli di serpe»–, sarà diverso limite: per il regno di Ade o della vita. A sostare nello spazio dell'onomastica –ecco il qualcosa, oltre e aggiunto a quell'uno–, si può annoverare «Μηδ-εσι-κάστη» [«Mēd-esi-kástē»], nome di due donne della famiglia di Priamo: una, figlia; l'altra, sorella –una Nauprestide, l'ultima, come con epiteto glorificativo, veniva ricordata, dell'impresa incendiaria ai danni delle navi, appunto, approdate, nel viaggio dopo la guerra di Troia, in Calabria presso il fiume Naveto (anche questo nome contiene –ma con maggiore usura che il primo, da non renderne riconoscibile il riferimento– la celebrazione –quasi una dilavata lapide– di quel rogo), per scongiurare la deportazione in schiavitú in Grecia–. "Colei che s'adorna del fregio della misura", "colei che ha il senno come monile", o, ancora, "colei che eccelle in senno", vuol dire «Μηδ-εσι-κάστη» [«Mēd-esi-kástē»] (con «Μηδ-εσι-» [«Mēd-esi-], che è un dativo, che sarà strumentale o di limitazione –corrispondente, in latino, a un ablativo di pari valore–, a seconda di quello, che si assegnerà all'altro dei due elementi, che è reggente del primo «-κάστη» [-kástē»].). L'altro vocabolo, se da quei medesimi lombi i lembi delle sue carni discendono, è «μήδ-εα» [«méd-ea» con «ē» lunga], che, per la forma, è un neutro plurale, e designa "i genitali maschili". Il termine, che è già odisseico e esiodeo, presenta un aspetto trinitario –"absit iniuria verbis!"–, già che appare, oltre che con «ē» lunga, anche con «ĕ» breve «μέδ-εα» [«méd-ea»], e con la zeta [«ζ»] al posto del delta [«δ»]: «μέζ-εα» [«méz-ea»]. Di solito, viene escluso un collegamento con «μήδ-ο-μαι» [«méd-o-mai»] e viene distinto da un omonimo «μήδεα» –adoperato frequentemente anche al singolare; e questo, sí, ricongiunto a quel verbo medio-passivo–, avente, perciò –l'omonimo–, significato di "progetti, piani ben congegnati, pensieri". Viene escluso –dicevo– dal ricondurlo a quell'origine –il nostro vocabolo–, nonostante Eduard Schwyzer, nel 'Griechische Grammatik', a pag. 208 del I° –Münch, C. H. Beck, 1939–, ne ponga la filiazione sulla base di una continuità per evoluzione sul piano semantico, passando dal concetto di «facultas», "la capacità di fare" –conseguente al sapere la misura, e a sapere allestire un progetto–, passando, quindi, da quella generica capacità alla "capacità di fare figli", e giungendo, quindi, ai "genitali", i quali posseggono, appunto, la misura di fare figli, essendo –essi stessi– quella particolare specifica misura. Sulla linea dello Schwyzer sono il Friedländer e lo Spitzer, i quali, nel vocabolo, ravvisano, presente, lo stesso elemento radicale, che in «mentula», "membro virile", per cui, diversamente dalla 'communis opinio' (che lo pone a valle di «mons», lungo il ramo, che discende da «*men- / *mon-», con il significato di "sporgere"), stabiliscono un collegamento con «mensis»: tutti questi vocaboli hanno, sostengono controcorrente i nostri tre studiosi, come radice, «*mĕ-/*mē-», solo con diverso ampliamento: quelli greci –ma anche quelli latini, che abbiamo passato in rassegna sino a ora– con «-d-»; questi ultimi, invece, compaiono di forma complessa, già che a un ampliamento in «-n-», hanno aggiunto un suffisso «-s-» –«*mē-n-» > «*mē-n-s-»–. Cosí, abbiamo «mē-n-s-i-s» –con «-i-», come altro suffisso secondario–, nel significato di "mese", ma anche di "luna", perché l'astro segnava nel cielo la scansione del tempo e della vita, e era, quindi, essenzialmente "mese lunare": misura –nel cielo– del tempo. In greco con ampliamento in «-n-», abbiamo «μήν» [«mén»] "mese", «μήνη» [«méne»] nel significato di "luna" –e «Μήνη» [«Méne»], in greco, e «Mēna», in latino, quale dea delle mestruazioni, le quali venivano designate con «καταμήνια» (con prefisso avverbiale «κατά» «katá» di valore distributivo, e tutt'e quattro con vocale tonica lunga: «ē») "i flussi [che scorrono, che accadono] mese per mese" (da quest'ultima, direttamente discende, nel francese di oggi, la locuzione «en catimini», "in maniera clandestina", accezione secondaria derivata dall'evidente connotazione di segretezza e privatezza, che quei flussi di piacere accompagnava.). «Mēnsis» e «mentŭla», dunque, accomunate, secondo Friedländer e Spitzer, dalla radice «*mĕ- /*mē-» (il suffisso «-ŭl-» del secondo vocabolo, piú che rimandare a uno stato di tregua d'armi, a me pare un procedimento linguistico per aggirare il tabú del nome: quel suffisso, infatti, declassa il designato come in una regressione infantile. Voglio osservare che, nel dialetto dei miei luoghi, entrambi i «genitalia» si nomenclano con il genere grammaticale opposto a quello anatomico, ottenendo, cosí, attraverso un procedimento di classificazione morfologica –quasi una sorta di metonimia grammaticale o metatesi della forma– lo svilimento della parola-tabú; e, con l'innocuità raggiunta, conseguirne la dicibilità: giammai, infatti, un nome femminile potrà concettualmente e letteralmente –o anche nella realtà della riflessione– rivendicare la pienezza delle caratteristiche virili –e viceversa, ovviamente–. «Mentŭla» ha, dunque, a tale scopo, il doppio espediente svilente: il femminile del genere e il diminutivo del suffisso, doppia manovra avvolgente per sorprendere alle spalle l'assedio e il censore.). Ora, porre i due termini come derivanti da unica radice, non deve aver significato cadere in una indistinzione ermafroditica, deve essere stato –se mai– effetto e constatazione di una relazione organica; perciò, che la luna –designante la femminilità nella sua ciclicità, ma anche fissità– sia stata associata alla misura maschile, non era considerazione fuori dal campo della riflessione, cosí come non lo era quella, che accompagnava e metteva insieme l'asta e il cerchio, la pertica e la luna. Ma Schwyzer, Friedländer e Spitzer sono isolati, e io, per quanto mi possa schierare –e già l'ho fatto– non ho la conoscenza e la competenza da opporre agli oppositori –lo Chantraine, per esempio–, consapevole "nos esse quasi nanos gigantium humeris insidentes" ["di essere come nani issati sulle spalle di giganti"] –come Giovanni Saresbriense, per aver saputo da Guilelmo de Conchis, nel 'Metalogicon' ci informa che ha detto Bernardo Carnotense (c'è qualcuno che non veda una catena talmudica?)–; rammemore di ciò –io–, non solo, ma che, se una qualche superiorità dalla somma dei due segmenti potesse derivare –il mio: nano; e quello, d'uno di quelli: gigante–, la gravezza della mia ignoranza farebbe sprofondare piú basso, quel sapere, cosí da rendere la somma congiunta inferiore a quella divisa. Posso, tuttavia, riferire un fatto –che altri valuterà se il piatto può far inclinare dall'una parte, o se dall'altra–: l'essere frequenti, nel dialetto delle mie parti, espressioni e metafore –attenenti ai «μέδ-εα»–, tratte dalle misure e dai pesi. Del resto, nella stadera –nella figura del congegno– è stilizzato quell'apparato; e il disegno è cinetico –e cioè, animato, se vogliamo banalizzare la terminologia–. Penso che a una tale associazione ponderale, non la sola fantasia linguistica dei meridionali sarà stata indotta dall'evidente parallelo tra quegli organi e quelle misure. (Se disponessimo a nostro piacimento dello spazio, che pur generosamente e ospitalmente ci vien dato, qui –ma per piú volte sopra, ancora sarebbe occorso–, noi andremmo a capo, come ha arguito, provvisto del pregio e del senno della misura, l'interlocutore del 25/06/2003 : 16.09.05). Ora, se a qualcuno sarà sembrato che abbiamo usurpato uno spazio, e che l'argomento trattato, illegittimamente si è assiso a regnare (ma discutere in italiano di un tema straniero, o tradurre, in genere, da una qualsiasi lingua in italiano, è, pur sempre, 'fare italiano' –linguisticamente inteso–); se, dunque, saremo parsi invasori, levando le tende e disarmando gli acquartieramenti, diremo che 'medela' è stato adoperato anche in italiano a partire dal pisano Panuccio dal Bagno –la cui famiglia esercitava il patronato sulla chiesa di San Lorenzo in Kinzeca, nel luogo piú signorile della città–, attivo tra il 1254 e il 1276. Il termine si trova nella canzone, il cui 'incipit' è il primo dei versi, che riportiamo: "Magna medela a grave e perigliosa / del tutto infermità so che convene, / ché parva parvo, so, dà curamento;" vv. 1-3 –cito da 'Poeti del Duecento' I° tomo, a cura di Gianfranco Contini, del 2° volume de 'La Letteratura Italiana. Storia e testi' della Ricciardi 1960, pag. 309–, la parafrasi dei quali versi è: "Una grande medicina so che s'addice del tutto a una grave e pericolosa malattia, perché una, piccola –io so–, dà piccolo rimedio". Il vocabolo è stato utilizzato anche da Boccaccio, Pulci, Giambullari; e è registrato dal Panzini, nel suo 'Dizionario moderno', come "latinismo per 'medicina, rimedio'". Oltre che nel significato di "medicina", ha tenuto i valori di "preparato farmaceutico, medicamento", e quelli traslati di "rimedio, ripiego; difesa, riparo", come si legge a pag. 1007, IIIa colonna, IX volume LIBE-MED, 'Grande Dizionario della Lingua Italiana' di S. Battaglia, Utet 1994 –dove, però, l'autore da me citato ha la seconda consonante onomastica geminata [Pannuccio] (non posseggo, l'ho già detto, quel vocabolario, ma quando si hanno intenzioni belliche, anche se con ostacoli, si riesce a raggiungere 'il campo di Battaglia')–. Nell'Archivio Storico del mio sperso paese, c'è un documento, un atto di citazione, de "L'Anno mille ottocento ventinove, il giorno dodeci del Mese di Febraro" a firma dell'"Usciere del Giudicato di Conciliazione", in cui si scrive che "Ad istanza del D.re Fisico D. Giuseppe Glionna" è stato "avisato il Sacerdote D. Luca Liccese […] a comparire innanzi al Sig.r Conciliatore […] per sentirsi condannato a pagare in beneficio dell'Istante la somma di carlini dodeci, per servizio prestato di medela, e che dovea pagarlo a tutto Settembre ultimo, […]". E un altro documento, dello stesso tenore –del medesimo Fisico–, si colloca a sei giorni prima –"sei di Febraro"– contro "Lorenzo Cirella di Giov.ni fornaro", questa volta per un ammontare, di condanna, "di carlini otto, per medela fattali da più tempo fin dallo scorso anno 1828, che dovea pagare a tutto Dicembre di d.o [= detto] anno, […]". Il significato, in entrambe le carte, ricoperto da 'medela', è "per fornitura di preparati farmaceutici". Considerato che l'uso in questi ultimi ambiti è dovuto a cristallizzazione –giuridica, burocratica e tecnica (le discipline della medicina e della farmacia)–, e che quello antecedente –da Boccaccio in poi– può spiegarsi come indotto da una spinta di tradizione, diciamo interna, riuscirebbe interessante la risposta a se 'medela' –per esempio, in Panuccio– sia dovuto a continuità diretta da una sacca –latina–, non raggiunta dall'innovatore «rĕmĕdĭŭm»; o se dovuto, invece, a cultismo arcaizzante.

Autore : Luigi Pizzilli - Email : luigiduilip@tiscali.it
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