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L'età di 'contrario di'

Creato il: 14/07/2003 alle 19.51.44

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L'età di 'contrario di'
Dopo la segnalazione della presenza del costrutto 'contrario di' nel giacimento dantesco, mi son messo a cercare tra le righe di quei testi, coevi o antecedenti al Fiorentino, dei quali ho la disponibilità: ho sfogliato, per ora, il I° dei due tomi di quel 2° volume de 'La Letteratura Italiana. Storia e testi' della Ricciardi –'Poeti del Duecento'–, affidati –era il 1960– alle amorose –lo si vede!– cure di Gianfranco Contini. Ora, se tra le oltre 900 pagine, che leggendo ho volto, qualcuna non mi è sfuggita, mi sono imbattuto in cinque occorrenze. E esse sono: 1. "Io sac[c]io, che di giorno in giorno grido / lo contrario del nostro piacimento, / se no m'amollo, tal voler m'avalla. /" vv. 12-14 della seconda 'risponsiva' di Bonagiunta Orbicciani ('De la rason, che non savete vero') alla 'questione', posta da Messer Gonella degli Interminelli da Lucca, nella Tenzone a tre tra costui, Bonodico Notaio e l'Orbicciani stesso [si tratta di quel famoso per aver, per sua bocca, nomenclato, nel 'Purgatorio', e al 57 del XIV –quasi attore del Fiorentino o suo ventriloquo–, quella nuova maniera di dittare; posto nel girone VI dei golosi, per "soverchia competenza enologica", come, con misurata formula dell'eccesso (p. 259), di lui sintetizza il fine Contini]. I versi cosí si parafrasano: "Io so, che di giorno in giorno mi lamento / del contrario del nostro piacer amoroso, / se non mi struggo di lacrime, questo voler la donna mi abbatte" ('Poeti del Duecento', tomo I = 'PD', I [da adesso in poi], pag. 280); 2. "Per contrado di bene / mi convien male dire, / avegna che mi sia grave pesanza, / di ciò che m'adivene" di Incontrino de' Fabrucci di Firenze, autore di un'unica composizione –una canzone –, che ha per 'incipit' il primo dei versi riportati (questi sono i vv. 1-4 [Incontrino è ipocoristico di Bonincontro, e della famiglia di costui si trova menzione in un documento fiorentino del 1269]). I versi si volgono: “Per contrario di bene / mi conviene dir male, / quantunque ciò costituisca per me una grave afflizione, / di quel che mi accade”. 'Contrado' è termine, dove 'd' è l'esito di una dissimilazione della 'r' dalla 'r' precedente: 'contrado' < 'contraro', il quale ultimo è variazione di 'contrario'. Quindi: "Per contrado di bene" < "Per contraro di bene" = "Per contrario di bene". Senza dissimilazione, lo ritroviamo al v. 19, "e me convien per contrar gire avante", ma con apocope vocalica di 'o' ('per contrar' < 'per contraro'), e senza reggenza. Nel verso iniziale abbiamo 'contrario' inserito in una locuzione avverbiale, e grammaticalmente esso è un sostantivo –aggettivo sostantivato– ('PD', I, pag. 381); 3. "Se per contraro nome / de lo bene [ha] lo male / e de lo prode danno,/" vv. 49-51 della canzone "Om [ch]e va per ciamino" di Chiaro Davanzati, il poeta, del quale –tra i siculo-toscani– più ci è arrivato della sua produzione, forse corrispondente di Dante, quando questi era giovane, ardito ma non seguito innovatore, in rime e in misure della stanza di canzone. Parafrasa il Contini: "Se il male si definisce come il contrario del bene, e il danno come il contrario dell'utile […]". Riduco diversamente: "Se il male ha per nome il [nome] contrario del bene, e il danno [ha per nome il nome contrario] dell'utile […]"; ecco verificata, piú visibilmente, la costruzione di 'contrario di'. ('PD', I, pagg. 421-422); 4. "La femena è contraria d'ogno castigamento, / pessima et orgoiosa e de forte talento:/" vv. 465-466 dai 'Proverbia quae dicuntur super natura feminarum' –'I proverbî che si dicono sulla natura delle donne'– di Anonimo Veneto. Si tratta di un testo, che si colloca intorno al 1160, misogino, ispirato al francese 'Chastiemusart' –'Ammaestramento dello Stolto'–, e alla poesia francese guarda anche come modello metrico: quartine monorime di alessandrini, ottenuti con doppî settenarî. Il Contini volge quel costrutto in "refrattaria a"; la parafrasi dei due versi è, perciò, "La donna è avversa a ogni correzione, / pessima e pervicace e di natura ostinata". Per una maggiore fedeltà al testo, pur accettando –come si potrebbe altrimenti?!?– gli equivalenti semantici del Contini, manterremo la 'reggenza di', la frase non patirà sofferenze di senso: "La donna è refrattaria d'innanzi a qualsiasi correzione, / pessima e pervicace e di natura ostinata" ('PD', I, pag. 543); 5. "contrarïa de quella ke per nomo se clama, / cità de gran pressura, Babilonia la magna /" vv. 9-10 da "De Ierusalem celesti et de pulcritudine eius et beatitudine et gaudia Sanctorum" –"Sulla Gerusalemme celeste e la sua bellezza, e sulla beatitudine e la gioia dei Santi" ['gaudia', avverte il Contini, è rifacimento singolare sulla scorta del volgare 'gioia': è, perciò, da intendersi, qui, come ablativo d'argomento, al pari di 'beatitudine']– di Giacomino da Verona, frate dell'Ordine dei Minori, autore di poemetti escatologici popolareschi, che si incasellano in quel tema dell'oltretomba, che sarà lo stesso –ma solo il tema– del poema dantesco. I versi vanno volti "[Ierusalem celeste] opposta di quella che per nome si chiama / città di grande oppressione, Babilonia la grande" ('PD', I, pag. 627); A questi cinque esempî, si può aggiungere un'altra 'reggenza di', comandata –quasi una luogotenenza– da un derivato di 'contrario', ampliato del suffisso '-oso' –'contrarioso'–, che fa diventare il qualificativo piú gonfio, piú tumescente di 'contrarietà' (la particolarità di questo 'contrarioso', nella formazione, è di avere, come base, un aggettivo ['contrario'], mentre, solitamente, la base è un sostantivo ['latebroso' < 'latèbra'; 'ubertoso' < 'ubertà'; 'tenebroso' < 'tenebra'], anche se si registrano, per esempio: 'robustoso' < 'robusto' nelle 'Laudes creaturarum' o 'Cantico di frate Sole'; 'sofretoso' < 'sofreto' –“sprovveduto”–, in Jacopo Mostacci –falconiere di Federico II–, gallicismo, che ha, come suo attuale discendente, in francese, 'souffreteux'; e 'gravoso' < 'grave', che, pur oggi moderno, ha antichissimi natali, se era sulla bocca e nelle rime di Tomaso di Sasso di Messina, di Guido delle Colonne e di Paganino da Serzana [eppure, chi si lamenta d'avere qualche anno in piú d'età, può provare la gioia di ricordarsi di 'comodoso' < 'comodo', che accompagnò il lancio pubblicitario di un'utilitaria della Fiat con la partecipazione di Forattini]). Ma, rivenendo a bomba, ecco la citazione del XII secolo di 'contrarioso': 1. "La onça è una bestia mala e perigolosa / cercare pòi lo segolo, no trovi peçor cosa; / d'ognuna crïatura este contrarïosa, / no'n faria una mestega quanti en terra posa. /" vv. 461-464 di quegli anonimi proverbî veneziani. C'è da osservare "La onça", che deriva da "lonça", a cui è stata sottratta la 'l' per errata discrezione, già che intesa come articolo ["lonça" > "l'onça" > "la onça"]; "mestega" è esito aferetico di "demestega" [= "domestica"], e esso è completivo di "faria" –che è copulativo effettivo– e predicativo di "una" –che è oggetto e regge il partitivo 'n < en = ne–; il verbo "posa" è singolare, ma vale come plurale, già che ha "quanti" a soggetto. Cosí analizzati, i versi si possono dipanare: "La lonza è una bestia malvagia e pericolosa: / puoi percorrere il mondo, non trovi peggior cosa; / essa è cosí carica di avversione di fronte a qualsiasi creatura, / che quante persone ci sono in terra non riuscirebbero a farne domestica , una" ('PD', I, pag. 542). Ma nel novero, che abbiamo messo in fila, vanno incluse due altre occorrenze, che si presentano con la preposizione 'contra', che è la base, da cui deriva 'contrario': 1. "ché poi mi mostrò, lasso, la sembiansa / de la sua oppinïone, / la quale, aviso, i•llei tuttor regnava / di piacer contra, und'ho gran malenansa, /" vv. 33-36 della canzone 'Poi contra voglia dir pena convene' di Panuccio dal Bagno, rimatore pisano, attivo tra il 1254 e il 1276, vicino ai modi guittoniani. I versi si voltano in "perché, poi, mi rivelò, infelice!, il vero aspetto / della sua opinione, / che, ritengo, era stata sempre / avversa al piacere, da cui io ricevo una grande sofferenza".('PD', I, pag. 301); 2. "ma chi savesse com'io son condotto, / contra di me non parlerebbe motto" vv. 52-53 di "Ahi lasso doloroso, piú non posso", che è la prima canzone di Monte Andrea da Firenze –banchiere a Bologna tra il 1267 e il 1274– nella Tenzone con Messer Tomaso da Faenza. La parafrasi è “ma chi sapesse com'io son ridotto, / contro di me non proferirebbe parola”. ('PD', I, pag. 451). Orbene, questo costrutto, non sembrerà mica –cioè, quel 'di'– una zeppa inutile e superflua, messa lí a riempire uno spazio –metrico, per esempio–, considerando quel che, a momenti, dirò. È da rilevare, poi, tra l'altro, che il sintagma ultimo ('contra di me') resiste e persiste ancora oggi alla sfida del tempo, vitale e frequente, quando la locuzione prepositiva si para davanti ai pronomi personali ('contro di me, di te, ..., di loro') –e non nei registri alti, ma in quelli della ordinaria conversazione–. Possiamo, quindi, contare, in questo spoglio parziale di testi poetici del Duecento, complessivamente otto occorrenze tra 'contrario di', 'contrarioso di' e 'contra di'. Come si vede, non ho classificato separatamente gli usi sostantivi da quelli aggettivi, nell'elenco, che ho riportato; e questo, non per improvviso ammanco della facoltà della distinzione, ma perché essere in una o nell'altra delle due classi morfologiche, nel discorso, di cui ci occupiamo, non fa differenza. È a tutti evidente, infatti, che l'aggettivo sostantivato è un aggettivo, che cessa di essere tale –aggettivo, cioè– e assume veste eccezionale di sostantivo. Tuttavia, se si sospendono queste circostanze straordinarie, quelle sue proprie e naturali, allora, sono quelle di aggettivo –e cioè, di aggiungersi a un naturale sostantivo–. Ora, è sempre possibile sospendere quella eccezionalità, ripristinando mentalmente il naturale sostantivo mancante, che, riapparendo, farà ritornare il sostantivato nella sua veste ancillare. Non vi è differenza, insomma, perché l'aggettivo sostantivato è sempre riducibile alla fase precedente, e cioè, a quella di aggettivo; in altri termini, il tipo 'il contrario di' può sempre essere ricondotto a 'la cosa contraria di', riempendo, di volta in volta, il generico 'cosa' con lo specifico sostantivo, che la situazione avrà individuato. Se proprio ci si vuole ostinare a vedere, comunque, una differenza, si rileverà, allora, per cosí dire, una paradossalità: che l'aggettivo sostantivato, pur essendo uno stadio evolutivo –piú tardo, quindi– rispetto a quello rappresentato dall'aggettivo, esso è piú conservativo di quella forma primitiva. L'aggettivo sostantivato, infatti, essendo, per uso, meno frequente, è meno esposto all'usura e, quindi, alle modificazioni; e cristallizzerà, perciò, forme originarie e piú antiche. La forma aggettivale, invece, per la maggiore esposizione alla frequenza discorsiva –e essa è data dalla possibilità di accompagnarsi a piú sostantivi–, perderà piú facilmente quelle caratteristiche, che all'origine la distinguevano. Altra questione, che potrebbe essere sollevata, è quella degli equivalenti semantici dell'espressione 'contrario di'; in altri termini, quale sia il traducente, diciamo, odierno. In questo mi riallaccio all'intervento del sig. Marco del 2.7.2003: 12.34.17, nel quale mi è parso di cogliere –certo, con il garbo della riflessione e non con lo sprezzo dell'incomprensione– un'obbiezione –a cui, peraltro, è stato già 'vittoriosamente' risposto– alla notificazione dell'uso dantesco, quasi un voler significare che l'esempio esce fuori dalla pertinenza stabilita –l'accezione prima rilevata, cioè– della discussione: e cioè, siccome “contraria di tutte le noie' e l'altro esempio da lui allegato –Villani– prendono 'contrario' nell'accezione di “oppositore, avversario, nemico”, non sono, per questo, da tenere in considerazione, giacché, nell'esempio di partenza –quello lanciatoci dal sig. Alberto–, 'contrario' aveva diverso significato. A parte il fatto che non è pacifico quale fosse il significato di partenza, ma ammesso che fosse anche diverso, a me sembra che la metodologia, adoperata dal sig. Marco, non sia quella giusta, giacché la questione non è vedere quali siano i limiti di definizione del costrutto 'contrario a' –quali siano, cioè, le sottoaree semantiche di esso–, e operare, conseguentemente, l'esclusione di tutti quei sensi, che corrispondono all'estensione sintattica 'contrario di'. La questione, da cui si è dato avvio alla discussione, è, invece, se 'ne sono contrario' sia esatto, cosí come per 'contrario di'. Compito della nostra ricerca diventa, allora, rinvenire se, di quella reggenza, vi siano esempî –e abbiam visto che ve ne sono– e –quando quella si sia conclusa– definire i solchi di senso. E cioè, di tutto il campo semantico assegnabile a 'contrario', si può ammonire: “Attenzione, soltanto il lato est di quella regione utilizza il connettivo 'di', perché a 2 cm. dal punto centrale, quel qualificativo si provvede di un propulsore 'a', che gli imprime una forza centrifuga, spingendolo fuori campo! Attenzione, dunque, a non oltrepassare quel punto, se volete rimanere dentro!”. E, fatto questo, poi si possono distinguere, del lato orientale –sfumando–, gli spicchî nord-est, nord-nord-est, sud-est e sud-sud-est. Tutto questo, per tacere del fatto che gli equivalenti –tutti gli equivalenti– sono espansione semantica dell'originario. Questi, dunque, i documenti –parziali–, che attestano l'antica età del costrutto 'contrario di' –e dei suoi antecedenti e discendenti linguistici: 'contra di' e 'contrarioso di'–. E tuttavia, di questo sintagma, non è stata rivelata –tutta quanta– la canizie: si trova, infatti, nella lingua latina, e in quella aurea di Virgilio e di Cicerone, 'contrarius' + genitivo; è sufficiente, per verificarlo, aprire il 'Dizionario latino italiano' di Ferruccio Calonghi –Rosenberg & Sellier, 1986, Torino– 'sub uoce' 'contrārĭus', sulla seconda colonna di pag. 658. A seguitare, poi, la nostra riflessione su 'contrario di', voglio indurne lo sguardo su un costituente il vocabolo: e cioè, su quella sequenza consonantica '-tr-', che rappresenta –qui a vocalismo zero– un suffisso '*-ter-o-', diffuso in area indoeuropea, che ha valore di differenziazione e di opposizione. Questa era binaria –e cioè, aveva un preciso e distinto punto, a cui riferirla–, ma il secondo termine non conteneva né l'elemento linguistico, né l'idea oppositiva: sembra un gioco di parole, contorto e sciocco, ma sciocco –di certo– non è. Per comprendere il concetto, prendiamo le parole italiane 'altro', 'destro', 'sinistro', 'nostro' e 'vostro'; son tutti vocaboli, che contengono il suffisso '-tr-', e a questo punto riesce comprensibile che ognuno di essi si opponga binariamente a un altro, e cioè, 'destro' a 'sinistro' , 'nostro' a 'vostro'. Il fatto è che, se si usava 'destro', non si adoperava, contemporaneamente abbinato con esso, 'sinistro', per la ragionevole ragione che gli antichi non perdevano di vista a qual fine s'erano messi a escogitare la soluzione di un problema linguistico: esprimere, cioè, attraverso un suffisso, l'idea di opposizione; ora, avendola espresso una volta, va da sé che una seconda sarebbe risultato superfluo. Se, cosí spiegati, analizziamo i costituenti dell'avverbio latino contra', avremo 'con-tr-a' < 'cum-tr-a'. Si vede bene che l'opposto di 'contra' era 'cum' –il nostro 'con'–, preposizione dell'unione e della compagnia; per cui, il valore di 'contra' è "il luogo" –e traslatamente: " la disposizione d'animo", già che essa è "il luogo dell'animo"– "opposto ('-tr-') del luogo, dove si è uniti, in compagnia ('cum-')". Quest'idea di economia linguistica, logica e concettuale è conservata, nella lingua italiana, quando adoperiamo 'altro', il cui correlativo oppositivo è 'uno', che, come ognuno ben vede, non contiene l'elemento '-tr-'. Il fatto di includere in sé, e linguisticamente, il concetto di opposizione e quello di separazione ha determinato il destino sintattico di un tale suffisso: quello di rappresentare la forma comparativa. Tale suffisso, infatti, ha costituito la forma secondaria della comparazione –essendo quella primaria riservata al suffisso '*-jōs-' / '*-jēs-', che, in origine, costituiva solo il grado intensivo di una qualificazione senza, connessa, l'idea di paragone–. Ora, se si pensa che il secondo termine di paragone si esprimeva in forma ablativale, significando che il confronto si instaura 'a partire da un punto di riferimento' (per esempio, se dico “Francesca è piú bella di Antonella” significa che “A partire da Antonella, Francesca è piú bella”; e cioè, “Provenendo da Antonella, come punto, Francesca ha un maggiore grado di bellezza”), quando quella forma –l'ablativale– ha cessato di esistere, il naturale sostituto, per continuare a significare il senso di provenienza, era la preposizione 'de', che è l'antecedente –fonetico e, in origine, semantico– della preposizione 'di'. Starei per dire, a questo punto, che già che immane al suffisso '-tr-' il carattere spaziale –e di separazione spaziale–, non mi pare azzardato avanzare la supposizione che il costrutto equivalente al nostro 'contrario di' è antecedente a quello corrispondente a 'contrario a', e, per quanto riguarda la preposizione 'contra', se non vi sono tracce –io non le conosco– di un regime genitivale, è molto probabile, che, pur se non attestato, non solo deve essere esistito, ma esso deve essere stato anche precedente oltre ogni altra reggenza, considerato che 'genitivo' significa “relativo al generare” –e cioè, "alla provenienza"–. Stante il valore oppositivo e di comparativo secondario inerente al suffisso '-tr-' e comportando –quel nesso consonantico– il concetto di provenienza, proprio e specifico di quella categoria grammaticale e sintattica, che secondariamente il vocabolo cosí costruito implicava; l'esito 'contrario di' è e appare, a questo punto, il piú logico e conseguenziale, che ci potesse essere. Se, dunque, 'contrario' ingloba il concetto secondario di paragone, allora, l'espressione del tipo "Quel Tizio procede nel senso contrario che quello' si potrà ridurre all'equivalente "Quel Tizio procede nel senso contrario di quello". Ecco raggiunta, dunque, un'altra prova a sostegno della dicibilità di quella reggenza: la 'reggenza di'. Se, a questo punto volessimo esaminare l'attuale parziale 'status quaestĭōnis', riepilogando –gli incontinenti raffrenino le loro bocche al riso!–, diremo che, riguardo a 'contrario', abbiamo: 1. relazione cinetica: 'contrario a' 2. relazione statica: 'contrario di' a) relazione di paragone: a1 - provenienza a2 - stasi b) relazione di immobilità assoluta. (la figura e il disegno di uno schema –che qui non è possibile riprodurre– renderebbe facile il riepilogo dell'intera questione). Lasciando da parte i concetti racchiusi al punto 1., e passando al 2., osserveremo: - che la relazione di paragone [a)] è implicata da quel suffisso '-tr-', di cui si è discorso; - che la provenienza [a con 1] rappresenta lo stadio antico di quella relazione (e, perciò, non si ironizzi sul fatto che l'ho inclusa nella categoria 'relazione statica'; e se il concetto di provenienza, lo utilizzassimo oggi, diciamo che quel moto proveniente, nel momento considerato è come se si fermasse in una sosta); - che la stasi [a con 2] considera quella relazione nel momento finale del precedente [a con 1]; - che la relazione di immobilità assoluta [b)] è la situazione in cui la relazione di quiete si ha in dipendenza dal verbo 'essere' o il sostituto 'stare', e il qualificativo 'contrario' sta, appunto, in una condizione di indifferenza e di assolutezza. Alla luce di questi fatti –attestazioni, analisi e osservazioni– si impongono degli ammonimenti, che rivolgo prima a me –perciò, se qualcuno si senta chiamato a rimprovero, sappia che sono io stesso primicerio in questo appello riprensivo–. La prima esortazione è che non vale dire: "al mio orecchio non suona bene!" o "al mio orecchio fiorentino stona!"; innanzitutto, perché il proprio orecchio non è la misura dell'eufonia, e, se rappresenta, per esempio, la fiorentinità, la rappresenta momentaneamente, già che Dante non aveva orecchio ravennate, se pur le orazioni di morte udí risuonare in quell'accento. Il secondo avvertimento è che siamo noi a mancare di voce angelica, è l'imperizia delle nostre corde a raccordarle a quelle dei diaboli, anziché dei Cherubini; per questo, quel costrutto ci appare fuori dal campo dell'arte e delle regole. È il nostro orecchio e la nostra voce, che non sanno ritrovare un accordo e una musica, che la successione di quelle note ('contrario di') doveva e deve possedere, se Dante le suonava. Questi, dunque, i dati provvisorî di una ricerca, che ha in cantiere la lettura del II° tomo di quei 'Poeti del Duecento', e quella del volume –sempre di quella serie– 'Le Origini. Testi latini, italiani, provenzali e franco-italiani'. Su questi riferirò –dopo che ne avrò ultimato lo spoglio–, se la comunicazione dei dati, che trarrò, non sarà resa vana e superata dalla risposta dell'Accademia [le note, invece –specie se '-úllule'–, le apporrò 'in cauda', se e quando l'anno non mi sarà 'truanno', come in tenzone avrebbe risposto Maestro Francesco Fiorentino, pur se a un postero].

Autore : Luigi Pizzilli - Email : luigiduilip@tiscali.it
Inviato il : 14/07/2003 alle 19.51.44


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