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3°- Postfatto: Di quel 'ne', se sia corretto

Creato il: 04/07/2003 alle 11.29.54

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3°- Postfatto: Di quel 'ne', se sia corretto
Dopo questi fatti, ecco il testo, che sarebbe dovuto comparire aggrappato all'anello 'Marco1971 - 28/06/2003: 18.50.33', il 1° luglio 2003 ore 12.46. Prima di varcare la soglia delle spiegazioni, intendo, in prelimine, chiarire tre cose. La prima, si noti che non a caso ho adoperato il condizionale; e questo, non perché non fossi convinto di quel che affermavo, ma perché, essendo la questione al vaglio dell'Accademia, non mi poteva mancare la modestia di attenderne il responso, palesando una tale moderazione modalmente: con il condizionale, appunto. Per seconda, non conosco uso regionale o localistico di un siffatto costrutto (non –è certo– dalle mie parti), né m'è capitato di ascoltarlo in un discorso gergale. Infine, al mio personale senso estetico, una tale espressione è estranea. "Io stesso ne rifuggo", e, rincarando la dose –per celia e per ludo–, potrei aggiungere: "Io stesso 'ne' sono contrario". Ma, pur ferme queste premesse, ugualmente mi sono provato –nell'attesa e in quelle more, e come, del resto, chiedeva il sig. Alberto– a rispondere. Vengo, allora, a articolare –argomentando– la mia posizione. Il 'ne' di quella frase –cosí come ne ho sciolto il nodo– non è retto da 'contrario', che mantiene, dunque, intatta e virtuale, la reggenza annunciata dalla preposizione 'a' (e, quindi, sostituibile –questa, sí!–, con 'vi' e 'ci'), ma dalla parte verbale di quel predicato, che ha 'contrario', come suo completamento nominale: e cioè, da 'sono'. E qui il verbo esprime una nozione di "stato", una "condizione". Il rapporto, cioè, tra 'sono' e 'ne' [= 'di questo'] è un rapporto "stativo", di assoluta quiete; mentre la contrarietà, significando ostilità, implica un movimento, un moto –sia pure dell'animo–. Sulla dipendenza di quel complemento da 'sono', si osservi come la frase "Intorno alla questione io sono contrario" > "Io sono, intorno alla questione, contrario"; e la proposizione "Di questo io sono contrario" > "Io sono, di questo, contrario". Del 'ne' non può, ovviamente, invertirsi la posizione, essendo in proclisi. Certo il legame di 'sono' con 'intorno a' e con 'di' non è forte –qui le mie conoscenze di chimica, per una immagine analogica, non mi soccorrono–, ma, pur debole, è sempre un legame. E a provare, poi, il carattere di assoluta stasi tra i due elementi, si può sostituire 'contrario' con un altro qualificativo –'buono', per esempio, che, non reggendo 'a', non può dare adito a supporre che a questa si leghi, anche se 'buono' nel senso di "adatto", quella preposizione pure genera–. Avremo, cosí: "Intorno alla questione [= di questo, = ne] sono [= sto] buono". Orbene, notiamo che i rapporti di forza della frase rimangono stabili, che l'equilibrio interno della proposizione non soffre di un effetto basculato: essa, appunto, non si bascula, non si sbilancia. Riproviamo a utilizzare 'contrario', ma in un contesto piú ampio, in modo che a quel costrutto si possa dare una piú fluente lubrificazione di senso e i meccanismi di comprensione girino con minore attrito. Immaginiamo una frase di questo tipo: "Riguardo alla relazione, che intercorre tra te e Francesca, riguardo a tutto questo, io sono contrario" > "Della relazione, che intercorre tra te e Francesca, di tutto questo, io sono contrario" > "Della relazione, che intercorre tra te e Francesca, io ne sono contrario". La proposizione cosí strutturata ha, come primo elemento, una prolessi –cioè, un'anticipazione– dell'elemento, che si ritrova in seguito; o, da un'altro punto di vista, e partendo dalla coda –sí, diciamo coda di mezzo–, abbiamo qui, in seconda battuta, una ripresa anaforica del primo elemento –anafora epibolica o ripetizione sinonimica–. Inoltre, la virtualità –di 'contrario'– di completarsi con 'a', non viene messa a effetto; tuttavia, la frase può contemplare anche l'integrazione del complemento retto da 'contrario': "Della relazione, che intercorre tra te e Francesca, io ne sono contrario, acché voi vi sposiate" > "Della relazione, che intercorre tra te e Francesca, io ne sono contrario –al vostro matrimonio". Si può ugualmente costruire la proposizione con il qualificativo 'buono': "Della relazione, che intercorre tra te e Francesca, di tutto questo, io sono buono" > "Della relazione, che intercorre tra te e Francesca, io ne sono buono"; "Della relazione, che intercorre tra te e Francesca, di tutto questo, io sono buono: non faccio insinuazioni" > "Della relazione, che intercorre tra te e Francesca, io ne sono buono: non faccio insinuazioni". Le prime due formulazioni adoperano il qualificativo 'sic et simpliciter', nelle successive vi è un'esplicativa del qualificativo stesso. Se, a questo punto, infatti, ci chiediamo quale tipo di relazione si stabilisce tra il sintagma introdotto da 'a' e retto da 'contrario' –o aperto dai due punti [:] e dipendente da 'buono'–, e il sintagma sintetizzato da 'ne', diremo che quello schiude le ragioni di opposizione, che si concentrano, che si conchiudono nel 'ne'; o, per qualificativi diversi, ciò, che a questi ultimi sintatticamente si lega, spiega e svolge le ragioni, che la qualificazione rappresentata dall'aggettivo indica –la 'bontà', in quell'esempio–, e che sono piegate e involte in quel proclitico pronominale. Inoltre, il valore di quel 'ne' –piú che pienamente pleonastico– è emipleonastico, assolvendo a una funzione riepilogativa e riassuntiva, essenziale per assicurare il bilanciamento dell'intonazione in quel punto critico del discorso. Da osservare da ultimo è che quel trattino [–], o la virgola [,], che, dopo 'contrario', introduce l'esplicativa –quasi un gradino, che segna uno stacco dal resto della gran massa dell'edificio, ma a rientrare e in profondità: volumetrico e sonoro–, è il punto d'un'ellissi, che impone un ripristino, che è un reitero: quello di 'contrario'. Non è –questo– un'applicazione –a giustificazione dell'ingiustificabile– del metodo di Procuste, ma ciò è reso necessario per l'ufficio di zeugma, che l'asse 'sono contrario' svolge, di tenere aggiogati due divaricati buoi, che arano verso due deviate vie: 'sono' a inseguire e a frenare 'ne', 'contrario' a rincorrere e a trattenere 'acché'. Il trattino spezza, dunque, 'contrario' da quell'asse, che grava sul collo dei due buoi, e lo mette, sottintendendolo, all'inizio e al livello dell'altro segmento frastico: il bue ostile. In ultima analisi –riassumendo, e a compendio degli impazienti e dei bignamofili (loro possono cominciare a leggere a partire da qui e scendere alla fermata del prossimo punto)–, a motivo della transitività dall'uno all'altro dei nessi preposizionali ('intorno a […]' > 'di […]' > 'ne'); e a causa della dipendenza di tipo "stativo" di quel proclitico dalla parte verbale di quel predicato; da queste due ragioni, dunque, derivo la dicibilità di quella frase. In somma, in un linguaggio alquanto sintetico –molto spesso con anafora del complemento introdotto da 'di' e ellissi del complemento annunciato da 'a'–, con i tratti soprasegmentali giusti –con la prosodia non fuori tono, cioè–, quella formulazione non mi appare fuori dalle regole. Ovviamente, non è in gioco la possibilità di rifuggirne –ché le vie di fuga sono aperte e nessuno ci assedia–. Certo, non si tratta d'una partitura da Cherubini, ma son note –corrette– di principianti, strimpellate sui tasti e martellate –come avessero, sottoscritti, i punti di staccato; e, al contrario, c'è, o ci dovrebbe essere, a raccoglierle una lunga falce curva di legato–; i quali –magari– pensano di essere Mozart, sol perché ne hanno l'età. E non sarebbe, di tanto, lontano dal vero, se qualcuno dicesse che, in vece che voci micaeliche, son piuttosto gridi di demonî e stridi di diaboli. Tale è la mia posizione, dunque, in attesa che la 'Consulta' emetta la pronuncia e la sentenza, e che i 'Giudici delle Leggi' buràttino dalla crusca il fior di farina. (Continua)

Autore : Luigi Pizzilli - Email : luigiduilip@tiscali.it
Inviato il : 04/07/2003 alle 11.29.54


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