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Un medico dice e indica a un giudice quali le condizioni della sua discopatia

Creato il: 23/06/2003 alle 10.59.25

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Un medico dice e indica a un giudice quali le condizioni della sua discopatia
Il sostantivo latino 'condicio' significa, in origine, "atto della parola, che mostra con solennità e autorità –cioè, quindi, con formula rituale– il patto, su cui si è raggiunto l'accordo". Il vocabolo, infatti, è composto di due elementi: il prefisso 'con-' < 'cum-' (che, del significato complessivo, esprime il concetto dell'"accordo convenuto tra le parti"), e il sostantivo '-dicio' –adoperato anche da solo nell'ambito giuridico– ("atto della parola messo alle viste solennemente"). Il tema di tale forma nominale, 'dic-io', si riallaccia –come già avemundi ha fatto cenno– a quello di 'dic-ĕ-re'; verbo, che, in latino, appartenendo alla lingua della religione e del diritto, conteneva, nell'azione che esprimeva, un carattere solenne –di contro al quotidiano parlare, rappresentato da 'loqui'–, ma che aveva –'dicĕre'– limitato la sua sfera di applicazione al campo semantico della parola, rispetto, invece, a vocaboli di comune origine, e di altre lingue indoeuropee, i quali avevano mantenuto il primitivo significato di "mostrare", presente nella radice alternante '*deik-/*dik-': si osservi, in greco, 'δείκ-νυ-μι' ['deík-ny-mi'], "io mostro". In questa medesima linea genealogica e etimologica si inseriscono, per il loro secondo elemento costitutivo: 'giu-dic-e' ('iūdĕx' [<'*iū-dĕc-s'], 'iū-dĭc-ĭs'), "colui che mostra qual è la regola, il diritto"; 'me-dic-o' ('*mĕd-dĭc-u-s' >'mē-dĭc-ŭ-s', 'mē-dĭc-ī'), "colui che mostra qual è la misura, per ristabilire l'equilibrio biologico infranto dalla malattia" [è curioso rilevare che, con gli stessi elementi costituenti, si aveva un altro termine, '*mĕd-dĭc-s' > 'mĕd-dĭx', 'mĕd-dĭc-ĭs', designante il magistrato presso il popolo degli Osci, il cui significato veniva a essere "colui che mostra qual è la misura, per ristabilire l'equilibrio giuridico infranto dal delitto". Era, in altri termini, l'equivalente istituzionale dello 'iūdĕx' latino, anche se la designazione ricorre qui, nel primo costituente, a altra nozione; 'mĕd-dĭx', ovviamente, è latinizzazione di un vocabolo, che in osco suonava 'med-dis-s']; 'in-dic-e' ('indĕx' [<'*in-dĕc-s'], 'in-dĭc-ĭs'), "il dito, che per antonomasia assolve alla funzione di mostrare" –cioè, il secondo della mano– (anche la parola 'dito' ha la stessa origine 'dig-ĭt-ŭ-s', ma qui è intervenuta l'analogia della forma con il secondo dito, e non già la funzione di indicare, che gli altri, solitamente, non possiedono); e, in ultimo, vorrei segnalare, per la singolarità dei solchi di senso, che le parole scavano lungo il loro cammino, il vocabolo 'disco', proveniente dal greco 'δί-σκ-ο-ς' < '*δίκ-σκ-ο-ς' ['dí-sk-o-s' < '*dík-sk-o-s'], che è una forma nominale di 'δικ-ειν' ['dik-eîn'], verbo di forma aoristica, difettivo del presente (sullo iota –ι– occorreva –ma non ne ho la disponibilità– l'accento circonflesso, che, in greco antico, assume, o la stessa figura della tilde, che, nello spagnolo, sormonta la 'n', quando, di questa, si voglia ottenere la palatizzazione, o quella del segno di breve, che, in latino, sta sospeso sulle vocali, ma rovesciato), il quale verbo, –'δικ-ειν' ['dik-eîn']– , sempre collegato a quella radice '*deik-/*dik-', s'era specializzato a designare il limitato concetto di 'gettare', derivandolo, comunque, da quello originario, giacché nell'idea di 'mostrare' era implicita e connessa quella di "dirigere, lanciare" –l'attenzione, il comportamento degli individui– verso un punto preciso –la norma giuridica o di salute–. Quest'uso ristretto, per cosí dire direzionale, del termine greco è confermato anche da un'analoga parola sanscrita 'diś-ā', "direzione, regione del cielo, maniera": punto sacro e lontano, quindi, verso cui bisognava essere lanciati per cogliere e attingere la maniera, giusta e saggia, da mettere in pratica (se, della sibilante sorda palatale –'ś'–, che discende dalle cosiddette gutturali, si desse una diversa translitterazione dalla 'devanāgarī lipi','la 'scrittura della città celeste' –come, con suggestivo e poetico nome [quasi, della 'qabbalah', un'eco lontana d'anticipo], è chiamato l'alfabeto sanscrito–; se, cioè, in sostituzione di 'ś', si adoperasse 'ç', saprebbe, l'intelligenza degli occhi, vedere la connessione, l'omogeneità e la parentela di 'diś-' (= 'diç-') con la radice '*dik-', e di 'diś-ā' (= 'diç-ā' ) con gli altri vocaboli. Sarebbe, inoltre, per un atto di velocità intuitiva, chiaro anche come il '-dis-' dell'osco 'med-dis-s' si inquadri nella medesima cornice generale, essendo la 's' meridionale solo d'un ciuffo diversa dalla 'ś' indiana). Un ultimo corollario a corona di 'condicio','iūdĕx', 'mĕddĭx' e 'mēdĭcŭs': e è che va da sé che, in chi ricopriva una carica o un ruolo gerarchico –'iūdĕx', 'mĕddĭx', 'mēdĭcŭs'–, l'autorità precede l'atto della parola o del mostrare, e s'affianca alla solennità del pronunciamento; nella 'condicio', invece, l'autorevolezza del dire è conseguente alla solennità della proclamazione, la quale, perciò, ne costituisce il principio generativo. Se immaginassimo, a questo punto, una scena, in cui un medico, rivolgendosi a un giudice e indicandone la diagnosi, amareggiato gli dica: «In queste condizioni la sua discopatia non è operabile!», coglieremmo la singolare coincidenza, che, di questo quadretto, ben sei vocaboli son figli di una stessa matrice: 'medico', 'giudice', 'indicandone', 'dica', 'condizioni', 'discopatia'. Ma ritorniamo a bomba, giacché ci siamo avviati per un sentiero, che ci ha portati distanti, facendoci scantonare dalla primiera questione: se sia piú antico 'condicio' o 'conditio'. La rappresentazione dello stemma etimologico, includendo il termine nella stessa famiglia di 'dicĕre', credo abbia già fatto intendere che la palma dell'antichità arride a 'condicio', la cui presenza è attestata nel 'Rudens' –'La gomena'– di Plauto –III° sec. a. Cr.–, nelle epistole 'Ad Atticum' di Cicerone –I° sec. a. Cr.– e in Paolo Diacono, che, se è scrittore, alla corte di Carlomagno, dell'VIII° sec. d. Cr., produsse un compendio di quello, che Festo –II° sec. d. Cr.– aveva, a sua volta, fatto, d'un'opera di Verrio Flacco –il 'De verborum significatu', 'Intorno al significato delle parole'–, che ordinava termini arcaici e era stata composta con l'intento di rivaleggiare con quella di Varrone –e in quel compendio di vocaboli arcaici ritroviamo 'condicio'–. Ma tutto questo, se depone a favore dell'antecedenza e della classicità di 'condicio', non è, tuttavia, ostante al fatto che la formula corretta è 'conditio sine quā non', già che l'espressione non è né classica né arcaica, ma successiva, a meno che non si voglia operare un anacronismo, una contaminazione temporale, sostituendo, in quella sequenza, a 'conditio', 'condicio'. Infine –come ha anticipato studioso–, di 'condītĭo' esistevano due sostantivi omonimi: l'uno, che ha un duplice senso, quello di “conserva, confettura di frutti”, attestato nel 'De dīvīnātĭōne' –'Sull'arte divinatoria'– di Cicerone, e quello di "condimento", riscontrabile e nel 'De naturā deōrum', 'Intorno alla natura degli dei' –sempre dell'Arpinate–, e in Columella –I° sec. d. Cr.–, derivato dal verbo 'condĭo', “io condisco, rendo saporito”; l'altro sostantivo prendeva l'accezione di “fondazione, creazione”, d'epoca e d'uso cristiani, presente in Tertulliano –II°-III° sec. d. Cr.–, e nella 'Vulgata' –IV° sec. d. Cr.–, collegato col verbo 'condo', “io fondo, edifico”. Un'ultima noterella sulla pronuncia vorrei sbrigare di 'condītĭo' del 'conditio sine quā non'. Atteso che 'condītĭo' è l'esito dell'assibilazione di '-ci-' > '-ti-' (qui occorrerebbe e soccorrerebbe quel segno di breve rovesciato e sottoscritto all'ultima 'i') –e ciò si verificò nel latino tardo e medievale, quando già s'era prodotta la parallela assibilazione di '-ti-' < '-ti- (= '-tsi-')–, 'condītĭo' di "senza la quale" va correttamente pronunciata –ma sarebbe il caso di dire 'pronunziata', compiendo, per superbo 'ufficio', un 'sacrificio' al 'sacrifizio' del prisco 'uffizio' – come è d'uso e precetto scolastico: '-tsi-', o –come semplifica il sig. Vittorio– "condìzio". Dei due sostantivi omografi, 'condītĭo' < 'condītĭo', quello che significa "confettura" e "condimento", Cicerone e Columella lo pronunciavano 'con-dī-tĭ-o' –tetrasillabico e senza assibilazione ("condìtio", come si vede nel messaggio del sig. Vittorio)–; quello adoprato da Tertulliano e nella Vulgata, si leggeva alla stessa maniera di 'conditio' < 'condicio', e cioè, 'con-di-tio' –trisillabico e con assibilazione–, considerato che la prima attestazione del caso, in epigrafia, fa data al 140 d. Cr., come si registra al XIV 246 del 'Corpus Inscriptionum Latinārum' –il 'CIL'–, 'Corpo delle Iscrizioni Latine', dove si legge: 'CRESCENTSIAN(us)'.

Autore : Luigi Pizzilli - Email : luigiduilip@tiscali.it
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