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Riavvolgiamo i fili ai proprî gomitoli

Creato il: 23/04/2003 alle 12.41.41

Messaggio

Riavvolgiamo i fili ai proprî gomitoli
Ora che la tempesta s'è sedata, con calma riavvolgiamo i fili ai proprî gomitoli: quello –'bleu' e francese– di 'menu' e quello –verde-prato e italiano– di 'meniú'. Già, perché questo mi sembra di poter dire, a margine del discorso centrale –sospendendolo per un momento–: ho avuto l'impressione, da come, a breve distanza, sono rotolati gli interventi –specie quelli immessi in rete nella prima fase–, che sia costume inserirsi, nei varî argomenti della discussione, con molta fretta e precipitazione, avendo lo scopo di voler mettere in mostra la propria dottrina. Ora, siccome si teme d'essere sopravanzati nel tempo da altri, e di perdere –perciò– il titolo dell'originalità –affacciandosi, cosí, l'accusa o il sospetto che l'intervento di altri possa aver offerto lo spunto e il suggerimento al proprio–, si accelera il corso dello scrivere, abbreviando il percorso del leggere. Da una tale fretta e precipitazione, non mi dichiaro essere stato immune neanch'io, giacché la successione a brevi minuti del mio secondo messaggio è palese testimonio dell'accelerazione, che avevo impresso al ritmo del primo. E tenendo il passo di corsa, si sono confusi i piani della questione, mescolando i fili e i colori. Quando, infatti, proponevo di rendere con 'i + u' la trascrizione fonetica di 'y' –e avrei fatto meglio a indicarla cosí: [y]–, esponevo la questione già trovandomi sul piano della lingua italiana –e cioè, su quel piano, in cui si trova una lingua, che deve accogliere sul proprio territorio un ospite straniero: vale a dire, dovendogli togliere (o avendoglieli già levati) vestiti suoi proprî per mettergliene altri, anche estranei–. Il secondo messaggio, infatti, se per il tempo e per l'attacco iniziale, denunciava quella colpevole impazienza, per il titolo ("L'ortografia di menu, fatta italiana"), tuttavia, delimitava nettamente il passaggio dall'area francese a quella italiana; faceva, cioè, da porta in altro ambiente. Certo, caro –me lo permette?– sig. Vittorio, che rendere con grafia italiana ('meniú') il 'menu' francese, non varrebbe a far risuonare la vocale celtica, ma una tale resa grafica sarebbe solo un fenomeno di adattamento, con tutto lo stravolgimento che l'inadeguatezza d'un sistema grafico estraneo comporta. Ma quel suono composto ('i + u') non varrebbe –né lo vorrebbe– a evocare la celticità, giacché esso sarebbe un acconciare alla bisogna l'inadeguato. Uguagliare una parola straniera ai foni, proprî a una diversa lingua, implica, di necessità, aggiustamenti, che comportano perdite e aggiunte. Per dare un esempio di diffuso dominio, si pensi alla profonda alterazione, che ha determinato nella pronuncia la mancanza nella nostra lingua della "l tagliata", sostituita con la "l 'tout court'" nel cognome del papa polacco, Wojtyla. Certo, quindi, che 'meniú' è 'horribile auditu' per padiglioni francesi e coclee lombarde; sicuro che quella riduzione fonica per Lei, sig. Vittorio, stridente lo è, se –come alcuni indizî onomastici lascerebbero supporre– quel suono Le è materno per essere, appunto, Lei –di quelle terre "dove l'ü suona"–, nativo o, comunque, originario in quanto a famiglia. Tuttavia, trovandomi in stanze italiane, l''horribile' non riguardava piú il piano uditivo, ma quello visivo. Cosí pure l'intervento flore-britannico vede, verde-prato, un filo, che è solo 'bleu'. Come si fa, contrastivamente rispetto a quanto da me sostenuto, a affermare: "La pronuncia _italianizzata […] della parola _francese_ «menu» è /me'ny/ senza «schwa», ché lo «xenofonema» (o «fonostilema») /y/ è abbastanza ben integrato nell'italiano standard, mentre lo schwa non lo è per nulla […]"? Ora, che io abbia asserito –e dove ne sia il luogo– che lo 'schewa' rientri nella pronuncia italianizzata della parola in questione, rimane –rimangono– un aggrovigliato mistero –inspiegabile e indipanabile–. Dello 'schewa', io ho parlato solo nel primo dei miei messaggi. Lo ripeto: i due interventi e i due titoli distinguono nettamente i due gomitoli. Sul piano, poi, strettamente francese –a proposito se lo 'schewa' faccia parte della "pronuncia nativa" di quel vocabolo–, occorre dire che, perché avrei dovuto mettere lo 'schewa' in quella trascrizione fonetica, c'erano –e ci sono– almeno due ragioni. La prima è una opportunità d'uso. Infatti, quantunque l''Alphabet Phonétique International' riservi la 'e capovolta' a una 'e centrale non labializzata', la stragrande maggioranza dei dizionarî transalpini, tuttavia, adopera questo simbolo per indicare l''e muet' –in quella lingua, per solito, una tale 'e' è considerata di genere grammaticale maschile–; e un tale uso è vigente, anche se questo 'e muet', nel francese 'standard', è, la maggior parte delle volte, 'labializzato'. La seconda ragione, se volessi darmi delle arie, la chiamerei, con parola altisonante, ragione filologica. Avendo, infatti, invitato a consultare 'Le Trésor de la Langue Française informatisé' (http://atilf.inalf.fr) e la pronuncia, che, del vocabolo, quello dava, come avrei potuto indicare una diversa trascrizione fonetica? Come avrebbe potuto fungere da argomento di sostegno, segnalare all'attenzione di altri un passo, che non valeva per la propria –di attenzione–? Un fatto di convenienza, dunque, dettata dall'uso –e cioè, la ragione di assecondare il bisogno, che la pratica dei vocabolarî transalpini, di ricorrere all''e inversé', determina e impone–; un fatto, quindi, di conformità a quel costume e uno di fedeltà filologica –per ragionevolezza e coerenza di citazione– mi inducevano –e mi inducono– a utilizzare nella trascrizione fonetica quella 'e capovolta' (a proposito di 'schewa' –del fatto, cioè, che nella mia scrizione c'è una 'e'–, chiariamo, per inciso, che, nel foglio di bozza preparato sul mio 'computer', la parola appare con 'e' in eminenza, ma il vaso, che ci ospita, tutte le lettere atterra e fa uguali, e quel, che lí si mostrava come ricciolo, qui, anche se svolazza, ingombra e quasi starnazza). E poi, non è affatto vero che "in senso stretto, nemmeno la pronuncia _nativa_ di «menu» possiede uno schwa (vocale centrale semichiusa), ma una «o» con una lineetta orizzontale in mezzo (vocale centrale semichiusa _arrotondata_)". Già, perché –riguardo a quella 'e', di cui si sta discorrendo– "nativa" è una fluttuante variabilità fonetica, che si realizza secondo un tracciato trapezoidale, che prevede ben sette stanze di risonanza, la prima delle quali è rappresentata dal fono, che corrisponde alla 'o', attraversata da una barra, che, da sinistra a destra, ascende diagonalmente (vocale semichiusa –e cioè, collocata al grado secondo di apertura– anteriore arrotondata); e quella terminale da quello, che sottostà al segno 'oe' –ma che nel disegno figura quasi una 'a', che ha una 'e' come sua gamba– (vocale semiaperta –e cioè, posta al grado terzo di apertura– anteriore arrotondata). La realizzazione fonica, dunque, indicata dall''Immulto' –di sabbia e salsedine britannica–, è solo la terza sosta di quel poligonale percorso –e la 'e capovolta' ne è il punto mediano–. La sonorità del capello, perciò, presenta sette spacchi timbrici –altro che 'tetra', la sezione è 'foschissima'!!!–; di eptatricotomia, si deve, quindi, parlare!!! Allora, cosa avrei dovuto? Far come accade con il commento alla 'Divina Commedia', dove il testo è sopraffatto quantitativamente dal non-testo? Allora, perché non mi si rimprovera –perché non mi si è rimproverato– di non aver allegato a quel primo intervento di scarsi quattordici righi una carta diatopica di tutta la francofonia? E già che si parlava di 'e muet', perché non avrei dovuto, poi, fare un'incursione in quello speciale limitrofo territorio dell''e muet chanté'? Per quale ragione, cioè, avrei dovuto trascurare i casi, dove la vocale –che pure in esecuzione di lettura o conversazione è 'effacée' , cancellata (da 'schewa' quiesciente, si direbbe, per riprendere una terminologia analogica)– da afasica che è, come per incanto recupera voce di canto? Avrei dovuto, allora, accludere partiture e pentagrammi? Ebbene, se proprio ho sbagliato a indicare la 'e capovolta' come corretta trascrizione fonetica di quel vocabolo e le contestazioni rivoltemi sono pertinenti, perché non dirle, allora, ai 'tesorieri francesi', anzi perché non presentare reclamo direttamente a Jacques Dendien, Ministro di quel Tesoro, allogato nei 'caveaux' dell''Université de Nancy 2'? È, piuttosto –per ritornare, finalmente, a bomba–, qui da chiedersi se esista la questione di una italianizzazione della parola francese 'menu'; se essa, cioè, sia una parola straniera, presa in blocco da un'altra lingua e introdotta nella propria, o se, invece, sia un forestierismo, la cui metabolizzazione abbia ancora corso –e cioè, in altri termini, se il processo di acquisizione sia già avvenuto o, invece, sia in via di conseguimento–. Ebbene, per quanto possa sembrare strano e quantunque circoli la voce italianizzata 'menú' (sí, è vero, questa parola e quella, che è oggetto di contestazione, vanno correttamente trascritte cosí: che il quarto –o quinto– carattere debba avere un diverso intaglio, quindi, è obiezione, che accolgo, e errore, che riconosco. Ora, perché il ciuffo della 'u' si sia lasciato piegare da un vento orientale anziché dell'ovest, è una ragione, che taccio, tanto essa è alla vista e alla mano di tutti, ma non, per questo, sento la colpa, su di me, piú leggera); dicevo, dunque, che sebbene sia diffuso il vocabolo 'menú' –e la sua prima attestazione ammonti, addirittura, al 1877, registrato 'menù', con Eolo, che spira da est, nel 'Lessico della corrotta italianità' di P. Fanfani e C. Arlia (e qui sono stato precipitoso, quando con perentoria recisione proponevo il rigetto d'un adattamento piú che centenario)–, non è pacificamente –definitivamente, cioè– stabilito che solo questa sia la italianizzazione di quella parola francese. Va chiarito, infatti, che, quando il termine compare cosí: 'menu', non ci troviamo di fronte a una parola italiana. Per esempio, nel 'Grande dizionario italiano dell'uso' di T. De Mauro, pubblicato dalla torinese Utet, al vol. IV, MAO-POL, 1999, p. 104, 'sub voce' 'menu', si fa seguire la trascrizione fonematica "/me'nu*/"; quindi, la sillabizzazione "(me•nu)"; poi, la qualifica grammaticale "s. m. inv.", seguita dalla marca d'uso –inscritta in un rettangolo– "ES" (= Esotismo), specificata dall'indicazione linguistica nazionale "fr.". Dai diversi segni adoperati per ottenere la trascrizione fonematica del termine francese di derivazione etimologica –e cioè, la 'e capovolta' e la 'y'– e dalla constatazione della coincidenza con i fonemi, che servono a trascrivere il successivo 'menù' –anche qui il dio dei venti fa il capriccioso–, posto a lemma di quel dizionario, si deve dedurre che la parola non è piú francese, ma essa non è ancora interamente fatta italiana: è –per cosí dire– in mezzo al guado. Non lo è completamente proprio per il suo carattere di ossitonia, nonostante che ortograficamente su di essa non compaia, sospeso, nessun segno di accento (se si desse una diversa valutazione, dovremmo considerare esatto l'uso, che si riscontra sui calendarî, diffuso anche nelle scritte sugli schermi televisivi, di notare senza accento i primi cinque giorni della settimana –usanza, che, pur non essendo corretta, trovava comprensibile spiegazione, quando quei cataloghi del tempo erano stampati con il metodo tipografico 'a composizione di cassa', con poca disponibilità, quindi, di 'í' [accentate]–). A confermare l'esattezza di una tale lettura e interpretazione, soccorre quanto si legge al § 11. 'Marche d'uso', p. 20 dell''Introduzione', vol. I, A-CG, Torino, Utet, 1999; e cioè, che marcati cosí –"ES"– son da intendersi i "vocaboli avvertiti come stranieri, esotismi fonologicamente non adattati e non inseriti nella morfologia italiana". Chiarito, dunque, questo –che io lo abbia qui detto sarà sembrato una ridondanza, ma io ridondo, perché non a tutti può apparire chiaro–, ritengo che –e con questo rispondo affermativamente al quesito, posto all'inizio dell'ultimo capoverso, che l'impaginazione, che ci ospita, nega di vedere–, sino a quando in una lingua circolino termini completamente stranieri (nel 'Vocabolario della lingua italiana', vol. III*, M-Pd, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1989, a p. 156, la voce 'menu' è data come interamente straniera; come pure, a p. 1181, ne 'Il dizionario della lingua italiana' di G. Devoto-G. C. Oli, 1996, della fiorentina Le Monnier) o di ibrida identità, resta pur sempre in agguato il rischio, o –con diversa aspettativa prospettica– permane la possibilità, che si effettui un nuovo adattamento alle norme ortografiche vigenti nella lingua di destinazione, dando luogo, perciò, a un allofono –nonché allografo– rispetto al già adattato e adottato; sicché, accanto a 'menú' –adattamento per sottrazione–, può allinearsi –se già non s'è guadagnato un posto, in piedi, ma in attesa di mettersi, comodo, in poltrona– 'meniú' –adattamento per aggiunzione–.

Autore : Luigi Pizzilli - Email : luigiduilip@tiscali.it
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