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acciecano/accecano

Creato il: 06/04/2003 alle 13.56.36

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acciecano/accecano
Come certamente si ricorderà, l’ultima volta che ci siamo incontrati nel forum abbiamo finito, diciamo, per litigare; e il Suo modo di procedere non mi piacque (come si sarà certamente accorto). Quindi non Le nascondo che non era tanta la voglia di risponderLe, quella prima volta a cui fa implicitamente riferimento, anche perché la questione non è banale e non direttamente collegabile all’argomento di allora (se non mi ricordo male si parlava di dittonghi mobili), e così avevo un buon alibi. Penso però che sia il caso di lasciar perdere queste sciocchezze, e, sperando che nella Sua cortese formulazione non si nasconda una critica alle mie ultime posizioni su certe questioni che riguardavano la grammatica di Serianni (anche Lei spesso teorizza, ma non mi sembra il tipo da rifiutarsi di consultare qualche libro), proverò a darLe una risposta. Non so perché Le interessi così tanto proprio il mio parere su questa questione, per rispondere alla quale non ho certo né la competenza né l’autorevolezza necessaria (forse dovrebbe rivolgersi al servizio di consulenza che l’Accademia della Crusca offre nel sito che ospita il forum; in onore al nuovo spirito della nostra conversazione non uso volutamente “di discussione”). Proverò comunque ad abbozzare una risposta, in base a ciò che conosco e mettendoci del mio, cercando di precisarLe quando si tratta di dati più o meno acquisiti e quando no. Sono andato a rivedere la Sua prima domanda su questo argomento: nella Sua convinzione di scrivere «"accieco" e "acciecano", ma, per esempio, "accechiamo" (e ovviamente: "accecato" e "cecato")», se non interpreto male, è sottesa l’idea che le forme con la “i” siano da preferirsi nel caso di sillaba tonica; ebbene, il fondamento di questa idea non è del tutto sbagliato. Mi scuso con lei e con gli altri partecipanti del forum, ma dovrò ricorrere di nuovo alla storia della nostra lingua, senza la quale male ci si muove per capire le oscillazioni grafiche del nostro sistema. La parola “cieco” (si potrebbero fare discorsi del tutto analoghi su “cielo”) deriva dal latino CAECUM (“cielo” da CAELUM); il dittongo latino “AE” è passato assai precocemente a “e” aperta, che (ormai lo si è detto varie volte), in posizione tonica e sillaba libera, è dittongata in “ie”. Abbiamo ottenuto quindi la forma “cieco”, e c’è stata una fase in cui si è effettivamente pronunciato il dittongo. Successivamente, però, il dittongo si è nuovamente “contratto” (in questo caso alcuni studiosi sostengono che la semiconsonante “i” sia stata assorbita dalla consonante palatale precedente), e così si è passati ad un “cielo” in cui si hanno soltanto 4 fonemi (/t§/ [così rendo impropriamente la consonante affricata palatale, usando il simbolo dell’Alfabeto Fonetico Internazionale leggermente modificato per ragioni di “tastiera”], e [aperta; anche qui non posso usare il simbolo corretto], /k/, /o/). La pronuncia è effettivamente a 4 fonemi (lo si può verificare sperimentalmente), ma la grafia, per sua natura più conservativa, è rimasta legata alla forma più antica. Non è strano che nell’evolversi di una lingua si assista a cambiamenti oscillanti (dalla vocale al dittongo, e poi da questo di nuovo alla vocale: questo monottongamento, in particolare, avviene anche in altre parole; e avviene anche per il corrispondente dittongo “uo”: NOVUM > nuovo > novo, ecc.). Questa, secondo me, è la spiegazione del «relitto grafico» che mi chiedeva. Venendo invece alla primaria domanda sulle oscillazioni del verbo “accecare”, io spiego l’uso delle forme con la “i” per analogia sulla forma da cui il verbo deriva, “cieco”: da “cieco” si è avuto “ciecare”, con successivo rafforzamento con prefisso “ad”; e di nuovo qui si combattono la logica del sistema di rappresentazione (che rende superflua la “i”) e il legame alla grafia della parola di origine, dato che il processo morfologico di derivazione è trasparente per ogni parlante italiano. Le dicevo prima che il fondamento della Sua idea non è del tutto sbagliato: in effetti, proprio per il suo legame con il dittongo (che si ha solo in sillaba tonica), è chiaro che la “i” (il relitto grafico che ne testimonia l’esistenza) ha meno senso di esistere dove si ha uno spostamento di accento (“accecare” ecc.), e dove per la regola del dittongo mobile non si ha il passaggio da “e” aperta a “ie”. Secondo me, quindi, la Sua distinzione avrebbe un valore oggettivo in quella fase della storia dell’italiano in cui il dittongo effettivamente c’era, ma una volta che è stato assorbito, col passare del tempo, si è perso il motivo di questa distribuzione; credo che invece agisca piuttosto l’analogia, che opera indiscriminatamente sulle forme con vocale tonica o atona. Prendendo spunto da altre Sue osservazioni sull’argomento, non escludo che qualche scrittore possa avere usato a fini estetici questa distinzione (mi sembra che Lei la proponesse per “cielo”), ma non siamo sul piano della norma grammaticale. I dizionari, del resto, di fronte ad un’oscillazione di questo tipo, non essendoci una norma rigidamente consolidata (perché non c’è una ragione intrinseca al sistema per preferire l’una o l’altra forma e l’uso le ha accettate entrambe), non possono che registrarle tutte e due (va detto però che c’è una chiara indicazione di preferenza per le forme senza “i”: “accecare” è sempre il lemma di riferimento); a maggior ragione se il dizionario è storico (come il “Grande Dizionario della Lingua Italiana”), esso deve rendere conto di tutte le forme usate dalle origini ai giorni nostri (e quindi anche, e in particolar modo, delle forme più rare di quei periodi iniziali in cui le oscillazioni, non solo su questi problemi, erano molto più forti).

Autore : grufolante - Email : grufo@lando.it
Inviato il : 06/04/2003 alle 13.56.36


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