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occidit qui non servat

Creato il: 17/09/2004 alle 19.03.21

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occidit qui non servat
Difatti, Carlo, le REGOLE, come purtroppo spesso accade, non sono chiare. Dal link gentilmente segnalato da Marco1971 (http://www-old.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=4016&ctg_id=44) non si riesce a capire quale sia il criterio che vincoli la regola (in particolare proprio per quanto riguarda “il contesto”). Premessa la mia assoluta convinzione che ogni sistema necessiti di regole e senza alcuna pretesa, vorrei fare una semplice riflessione su quanto “spiegato” nel link sopra citato. Partiamo dall’affermazione: “Quando si parla, l'accento si fa sentire in tutte le parole, perché tutte lo hanno, tranne rarissime eccezioni”. Cerco di individuare una PAROLA italiana che faccia eccezione ma non ne individuo. Torniamo allora alla rassicurante affermazione “Quando si parla, l'accento si fa sentire in tutte le parole…” . Segue: “Quando si scrive, non sempre c'è bisogno di segnare l'accento, anzi: i casi in cui è obbligatorio indicarlo sono pochi”. Ebbene: “…. l'accento va segnato: nelle parole tronche (cioè accentate alla fine) con più di una sillaba: La servitù emigrò in Perù; nelle seguenti parole formate da una sola sillaba: dà, dì, è, là, lì, né, sé, sì, tè, ciò, già, giù, più, può, scià. Ma attenzione: le prime nove parole di questa lista hanno dei corrispettivi che vanno scritti senza accento”. Vengono in seguito riportati una serie di esempi che meritano di essere letti, provando a vedere cosa succederebbe in caso di omissione o di indicazione errata d’accento. Mi sembra che il contesto renda sempre inequivocabile la frase. Ma procediamo con : “Nei casi di ambiguità, quando una parola si distingue da un'altra solo per la diversa posizione dell'accento, può essere utile indicarlo. Per esempio: mi pare che àbitino qui/è un bell'abitìno; l'àncora della nave-/non è ancóra tornato”. Non mi sembra che ci sia la possibilità di confondere le frasi. Ma, comunque, d’accordo. Sono finite le regole? No. Si consiglia di accentare sempre né e sé, sebbene gli stessi autori riconoscano l’impossibilità che la funzione della particella sia confusa, in particolare nei casi di sé stesso e sé medesimo. Non so se accettare il consiglio. Anzi, decido di non accettarlo appena leggo: “Scrivete do (prima persona del presente indicativo di dare) e soprattutto sto (prima persona del presente indicativo di stare) sempre senza accento: "Ti do ragione", "Sto qui ad aspettarti". Qualcuno mette l'accento sul verbo do, per distinguerlo dalla nota musicale: ma nessuno confonderebbe questi due do, così come nessuno confonde i due re!” E’ ben strano questo. Rilevando che nessuno confonderebbe nemmeno gli esempi riportati nello schema degli obblighi (Un esempio : “Vai là/ La pizza, la mangi?” : in quale altro senso potrebbero essere intese le due frasi?) mi chiedo perché queste eccezioni per i due do e i due re (i “re”, tra l’altro, hanno due pronunce differenti che, a rigore, andrebbero segnalate almeno nella pronuncia: la nota ha l’accento grave, il sovrano no). Chissà, forse sarà il contesto…. musicale? “La stessa indicazione vale per fa e sta (terze persone del presente indicativo di fare e stare) e per gli avverbi qui e qua, che non devono MAI avere l’accento”. E’ davanti a quella scritta messa in evidenza che devo arrendermi, di fronte a un’ illogica della quale osservo le NORME ma non individuo le REGOLE. Perché non differenziare le numerosi accezioni di “fa”? (Senza alcuna differenza tra verbo, avverbio, sostantivo….insomma “errore blu”?). Ho bisogno di una spiegazione chiara!! Sarà la mancanza di criterio logico a portare la troppa confusione e i numerosi dubbi e le ripetute violazioni a molte “regole” grammaticali? Scusate lo sproloquio che se v’avrà annoiato, credete che non l’ho fatto apposta! (Il fine ultimo della lingua mi sembra sia sempre stato e resti ancora la COMUNICAZIONE :O).

Autore : primastrega - Email : primastrega@hotmail.com
Inviato il : 17/09/2004 alle 19.03.21


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