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ancora sillabe: mai e mia

Creato il: 14/07/2004 alle 02.02.51

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ancora sillabe: mai e mia
Caro Uri, qui non si tratta d’avere «torto marcio» né, per converso, di detenere una fantomatica verità rivelata, ma semplicemente di definire in modo chiaro i termini della questione, definiti i quali, sono convinto che le nostre posizioni non siano poi cosí distanti.
Innanzitutto, quando ho parlato di «mitiche credenze diffuse dai nostri grammatici», l’ho detto perché tali sono. Che, nel Suo caso specifico, poi, non sia cosí, ne prendo atto, ma non era quello che intendevo: chiedo scusa se la mia affermazione si prestava a equivoci.
Quanto alla Sua domanda, perché non prendere atto della nostra impressione acustica/suggestione e «ammettere» che il suono di
mai è unitario e quello di mia no, la risposta è semplice: perché, appunto, di suggestione si tratta (suggestione, fra l’altro, tanto meno forte quanto piú si è foneticamente «allenati»… o non italofoni), e non ci sono criteri [puramente] fonetici che legittimino questa posizione… Lo ripeto: solo la morfologia (e a criteri fono-morfologici è piú o meno consapevolmente ispirata la nostra sillabazione «tradizionale») ci permette d’istaurare una tale distinzione… Se Lei preferisce questo tipo di ragionamento (e di sillabazione), è ovviamente piú che legittimato a farSene paladino, purché non pretenda un avallo fonetico –il mio discorso era, ed è, tutto qui.
Per quel che riguarda
dear (e sim.), premesso che nei miei interventi di refusi ce ne sono a bizzeffe (…per non parlare di quando la fretta m’induce a scrivere vere e proprie castronerie), mi si lasci però dire che i miei molti incisi (che normalmente aborro) hanno, in uno spazio di discussione come questo, la funzione di precisare concisamente ciò che scrivo, permettendomi di non dilungarmi oltremodo. Se io dico che /I@/ è un dittongo «piú ristretto» di /ia/ («ristretto» in termini di trapezio vocalico), non lo dico tanto per dire: sennò, tanto varrebbe che lo scrivessi direttamente /ia/, non crede?… È verissimo che i punti iniziale e finale di /I@/ sono molto piú ravvicinati dell’[i] e [a] di /ia/: era la simile, non identica, «direzione» dei due dittonghi che m’interessava sottolineare qui. Che, poi, la «storia» dell’/ia/ italiano e dell’/I@/ inglese sia molto diversa, ne sono ben conscio, ma, vede, siamo sempre lí: io parlo esclusivamente in termini di fonetica acustico-articolatoria, mentre Lei ribatte dicendo che /ia/ non rientra (ovviamente!) nella classe dei dittonghi in cui si fa solitamente rientrare /I@/… Lasci perdere (qui –non certo in generale) le classificazioni, la morfologia (e anche la morfonematica): ragioni, come del resto insegnano i fonetisti anglosassoni, in termini di trapezio vocalico –a nulla di piú era vòlto il mio esempio.
P.S. Lo sapeva che,
foneticamente parlando, anche l’/'ii/ di finii è un dittongo (strettissimo)?

Autore : Infarinato - Email : p.matteucci@soton.ac.uk
Inviato il : 14/07/2004 alle 02.02.51


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