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L'ingenuità della Norma

Creato il: 11/07/2004 alle 20.45.08

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L'ingenuità della Norma
Proporre un'ipotesi per una soluzione (seppure estremamente informale) riguardo a un argomento così delicato, chiederebbe forse un'onestà ed un rigore non dico documentari, ma intellettuali, in ultimo, forse incapaci di informare quel sistema interpretativo, ad ogni modo dirimente, da più parti e da più epoche sospirato e ricercato... Questo perché, a voler essere obiettivi, qualsiasi atteggiamento "manicheistico" non avrebbe alcun diritto di cittadinanza nella nostra cara "repubblica della Lingua" (se, prima del Manzoni, vogliamo parlare di un ancien régime linguistico, vale a dire una sorta di monarchia più letteraria che altro...).
A gettare un'occhiata sulla questione, così come ce la restituisce la storiografia (fermandoci al solo italiano), scopriamo insomma i soliti due fronti del Purismo e dell'Anti-purismo che, in ultima analisi, di fatto contrappongono immancabilmente "modelli" a "modelli", e non atteggiamenti latamente contrapposti - in buona sostanza allo stesso comportamento etico corrisponderebbero due comportamenti linguistici diversi (il classicismo trecentesco vs. il suo aggiornamento, p. es., montiano etc.; ma si pensi anche al Leopardi...). E da qui (alludo ai grandi nomi già ricordati da Marco1971, per cui sottolineerei soprattutto quello di
Antonio Cesari) non facciamo un solo passo avanti dalla solita Questione della lingua, vale a dire ci troviamo ancora in quell'assolutismo letterario più solo interessato ai fatti sommamente aristocratici di poesia e letteratura.

Le cose cambiano con il nostro carissimo
Manzoni: ora non soltanto il modello di lingua è cambiato, ma anche l'atteggiamento etico, riassumibile nel cosiddetto concetto ["liberaldemocratico"] di Uso (lascio a chi mi legge il compito di pensare agli aspetti politici e civili della proposta manzoniana...)... la realtà a cui fa riferimento l'Uso non è più la sola scrittura letteraria, ma appunto l'etimo etnico culturale di una comunità («una d'arme, di lingua, d'altare, / di memorie, di sangue e di cor») ancora da venire...

Ma torniamo a noi. Che cosa sarebbe il
Purismo oggi? Si direbbe non abbia più nulla a che vedere con la strenua difesa della nostra lingua da una "temibile" corruzione fatta di forestierismi e prestiti selvaggi (questione invero ridicola, giacché non esiste lingua al mondo che si possa definire, in coscienza, "pura"!) - oggi, semmai, paghiamo la debolezza culturale di un paese che troppo spesso risente di un prestigio anglo-americano, prestigio totalmente ingiustificato allo sguardo di chi ancora riesce ad assaporare le squisitezze della nostra lingua; altra cosa sarebbero quei prestiti in qualche modo "necessari", utilissimi all'uso, per cui varrebbe il buon senso di chi li adopera, oltre che al suo solo gusto "estetico"...
Il
Purismo oggi, allora, sarebbe una chiara (e involontaria) espressione di ingenuità, ancora troppo simile a quella di un Cesari del XIX secolo, il quale contrapponeva barbarismi e "purismi" senza alcuna vera argomentazione, senza discussione, affidandosi esclusivamente a «un non so che» per distinguere le forme "buone" da quelle "corrotte" (Migliorini diceva benissimo: «Egli [il Cesari] rinunziava per amore d'ingenuità e di freschezza a quattro secoli di vita italiana, e biasimava il proprio tempo come un "secoletto miterino"»). Ma oggi un comportamento del genere è (come precisa Migliorini valutando una posizione linguistica storicamente superata) appunto ingenuo, ottimo ancora per difendere la propria sensibilità linguistica, il proprio piacere della lingua; del tutto fuori luogo in sede critica, specie quando proponiamo una valutazione su di un'opera eminentemente scientifica (come quella relativa alla compilazione di un dizionario...).

E apro una parentisi. Un atteggiamento non
ingenuo allora sarebbe quello sempre consigliabile di un lessicografo che registra l'uso "transitivo" di un verbo "tradizionalmente" intransitivo, lasciando poi al parlante più accorto il compito di decidere se adoperarlo o meno "transitivamente" segnalandone, magari, la "marca d'uso" (se necessario) - e di fatto, oggi, non esistono più "dizionari normativi", semmai esisterebbero dizionari come il GRADIT che, professando una fede verso l'Uso, tuttavia non manca di dare esatti e meticolosi ragguagli sulla lingua diciamo letteraria, poetica, lontanissima da quella quotidiana (lo stesso si dica del Sabatini-Coletti)...

La "Norma", insomma, seppure rappresenta un'acquisizione necessaria per chi voglia appassionarsi ad un argomento come il "nostro", è destinata ad essere poi valutata (superata)
criticamente dalla stessa persona che, durante la sua più acerba adolescenza, in un passato più o meno remoto, l'ha difesa a spada tratta; solo lo studio e il tempo consigliano posizioni meno "integraliste", più rilassate e aperte al dialogo "ragionato" (soprattutto se questo studio è aggiornato!). Del resto non si può "criticare" ciò che si "ignora", e il più delle volte l'ingenuità consiglia di accettare per buono proprio ciò che non si riesce a precisare meglio (e in questioni di grammatica è tento più facile incorrere in questa ingenuità proprio perché molte cose non si possono spiegare e chiarire definitivamente - ma ricorderei, a riguardo, quel passo dei Promessi Sposi dell'ottavo capitolo, in cui un fra Fazio si ammutolisce solo di fronte al «latinorum» a lui incomprensibile di un ottimo padre Cristoforo... Ecco che allora il "latinorum" di una vecchia regoletta sulla sillabazione diventa lo scoglio, la barriera non per aggiornare le proprie "vedute", ma per poter accettare anche solo un dialogo, un confronto, inducendo ingenuamente una semplice professoressina a bollare come «uno dei peggiori» "uno degli ottimi"! - mi riferisco, e scusatemi se insisto, ancora al Sabatini-Coletti di quell'intervento «DIZIONARI DI ITALIANO» qui più sotto).

Ma sono troppe le cose da dire e troppo difficile è il compito di selezionarle qui e ora...


Autore : Ladim - Email : lanona@tiscali.it
Inviato il : 11/07/2004 alle 20.45.08


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