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Purismo

Creato il: 09/07/2004 alle 23.27.17

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Purismo
«Adesione esclusiva e intransigente al canone linguistico del fiorentino trecentesco esemplato su Dante, Petrarca, Boccaccio, fissato dal Bembo e ripreso e precisato dal Salviati, che ne improntò l’Accademia e il Vocabolario della Crusca (e ha connotazione per lo piú polemica e spreg., indicando una preconcetta, ostinata e pedantesca posizione conservatrice e arcaicizzante in fatto di lingua e specialmente di lessico). — In partic.: nel dibattito intorno alla questione della lingua, orientamento che all’inizio dell’Ottocento culminò nelle varie posizioni teoriche di Antonio Cesari, Michele Colombo, Luigi Maria Rezzi e soprattutto Basilio Puoti, fautori di un rispetto piú o meno integrale di quel canone e del rigetto rigoroso di neologismi e forestierismi, nella negazione anacronistica della spontanea evoluzione storica della lingua.» (Grande dizionario della lingua italiana, S. Battaglia, vol. XIV).

Qualche tempo fa qualcuno ha suggerito, come criterio nella scelta tra vari dizionari, di scartare quei vocabolari che accettano l’uso intransitivo di «iniziare»; prima di entrare nel merito, leggiamo qualche esempio classico dell’uso incriminato:

«O sommo Giove, in cui certo riparo / so c’ha ragione e da cui tutta inizia / l’alta virtú per cui si vive e move, / son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?» (Boccaccio [1313-1375],
Filostrato.)
«Posto silenzio al pianto tra lor tutte, / la piú degna di lor, ciò fu Iustizia, / cosí parlando inizia / con sospiri, con lacrime e strida: “Donna, le luci mie…”» (Serdini [1360-1420],
Rime.)
«Non si pente il nostro animo acerbo, / però che ciò che dal volere inizia, / conosciuto il ver prima per se stesso, / non tentato d’alcun, mai fu dimesso.» (Pulci [1432-1484],
Il Morgante.)
«Un dí la gionsi (ohimè, qui el pianto inizia!) / e li volsi donar dui rami carichi / di fructi de che Pan non ha divizia.» (Niccolò da Correggio [1450-1508],
Rime.)

La lingua cambia nel tempo, e i dizionari seri hanno il dovere di registrare gli usi nuovi ormai sanciti dall’uso colto. Questo naturalmente non vuol dire che bisogna accettare tutto in maniera acritica, ma solo che quelle forme e quei costrutti che si sono imposti, pur discostandosi dalla norma di secoli orsono, non possono piú esser considerati errori. L’atteggiamento di chi non riesce a prenderne atto e continua a seguire una norma tramontata mi fa pensare a quell’aneddoto che narra di un tizio chiuso in una torre che aveva preso fuoco, il quale, gridando «Accorr’uomo! Accorr’uomo!» e non essendo inteso da nessuno, dovette morire arso proprio per l’impiego d’una lingua che non corrispondeva piú a quella dei suoi tempi.

Quanto ai neologismi e ai forestierismi, i piú fanno parte di linguaggi settoriali e non intaccano lo «zoccolo duro» dell’italiano. D’altronde non mi sembra costruttivo respingere in blocco tutte le parole straniere entrate nell’uso (sarebbe, peraltro, assai utopico): infatti alcune sarebbero difficilmente sostituibili (si pensi a «hobby», che, inoltre, ben s’adatta alla nostra fonetica /'Obbi/). E mi piace concludere — sperando di aprire una nutrita discussione — con queste parole (tradotte) di Orazio (
Ars poetica, 58-72):

«È lecito e lo sarà sempre produrre parole con la data del giorno. Come le foreste cambiano le foglie al declinare degli anni e cadono le piú vecchie, cosí tra le parole perisce la generazione piú vecchia, e come giovani persone fioriscono e vigoreggiano le nuove. Noi e ogni nostra cosa siamo debitori alla morte… Ogni opera dei mortali un giorno perirà, e ancor meno può resistere e vivere la gloria e la grazia del parlare. Molti vocaboli rinasceranno, che parevano caduti, e cadranno invece vocaboli che ora sono in onore, se l’Uso lo vorrà, l’Uso, nel cui potere stanno il giudicare, il diritto e la norma del parlare.»


Autore : Marco1971 - Email : olgs_30@hotmail.com
Inviato il : 09/07/2004 alle 23.27.17


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