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Del dittongo e dello iato

Creato il: 05/05/2004 alle 22.25.13

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Del dittongo e dello iato
Caro Anagos, guardi che qui non si tratta per nulla d’essere pedanti, ma dell’esatto contrario!
È infatti proprio la distinzione
tradizionale di dittongo e iato, che, partendo da criteri fonetici, ma ben presto mescolandoli a considerazioni di natura morfologica quando non addirittura grafematica, costringe a «pedanterie» (per non dire «salti mortali») non indifferenti onde potersi districare nell’ingenerato groviglio.
La fonetica, invece, è chiarissima al riguardo e non si presta alla minima ambiguità: un «dittongo» è la sequenza di due «vocoidi»
qualsiasi (anche appartenenti a due parole distinte) quando questi non siano separati da alcuna differenza accentuale (né, ovviamente, da una pausa o da un colpo di glottide), mentre uno «iato» -lo ripeto- è la sequenza di due «vocoidi», ancora una volta qualsiasi, separati però da una differenza accentuale («primaria» o «secondaria» che sia: cfr., e.g., Luciano Canepàri, Il MaPI. Manuale di Pronuncia Italiana, «Zanichelli», Bologna 19992, cap. 5)… E, come si vede, queste definizioni non tirano nemmeno in ballo il concetto di «sillaba», che è uno dei piú difficili da definirsi in termini generali (…e linguisticamente soddisfacenti: cfr., e.g., Peter Ladefoged, A Course in Phonetics, «Harcourt College», Fort Worth 20014, cap. 10, o anche http://www.unibuc.ro/eBooks/filologie/mateescu/pdf/71.pdf in rete).
Qui, il termine «vocoide» non è un’inutile «pedanteria», ma allude al fatto che si considerano
solo «foni vocalici» veri, e non contoidi quali, per esempio, gli [j] e [w] di ieri e uomo, rispettivamente, che fonematicamente possono essere considerati delle «vocali» in alcune lingue. Come ho già detto, quelli che tradizionalmente vanno sotto il nome di «dittonghi discendenti» foneticamente non sono altro che delle sequenze contoide - vocoide.
Cosí, per tornare «a bomba»,
foneticamente l’«oe» di «poeta» /po'Eta/ è uno iato, quello di «poetessa» /poe'tessa/ è un dittongo e quello di «poeticismo» è uno iato se/quando lo si pronuncia /po,eti'tSizmo/ per via di quell’accento secondario (qui e altrove «tS» -nonché «ts», «dZ» e «dz»- devono intendersi legate: vera affricata, cioè, non sequenza). Cosí, ancora, per fare un esempio del tipo «avviato»/«avviamento» di Vittorio (che, peraltro, mi pare abbia perfettamente compreso il mio discorso), in «viaggio» si ha generalmente uno iato /vi'adZdZo/ (…e dico «generalmente» perché è sempre possibile, soprattutto a ritmo allegro, la pronuncia /'vjadZdZo/), mentre in «viaggiare» si ha un dittongo (anche se lo si pronuncia /viadZ'dZare/, cioè anche se non lo si pronuncia /vjadZ-/), ché la prima «a» non è accentata, nemmeno «secondariamente» (se non per un’eventuale enfasi ad hoc).
Per inciso, in un caso come quello di «viaggiare» (pronunciato /viadZ'dZare/), la fonetica «non s’accorge» nemmeno di trovarsi di fronte a un quadrisillabo. Anzi,
foneticamente «viaggiare» è una parola trisillabica esattamente come «viaggio» (pronunciato /vi'adZdZo/), né potrebbe essere altrimenti… Per «sentirla» quadrisillabica, bisogna infatti ricorrere alla morfologia, che ci dice che «viaggiare» deriva da «viaggio», in cui si ha effettivamente la divisione sillabica «vi.a»… E rieccoci pari pari al discorso di «mai»/«mia» di cui al mio messaggio precedente: per quanto riguarda numero di sillabe e posizione dell’accento d’intensità rispetto al dittongo atono (o, meglio, «non accentato», visto che, contrariamente, e.g., al greco antico o al mandarino e cantonese moderni, l’italiano non è una lingua a «tonemi»), la situazione di «viaggiare» /viadZ.'dZa.re/ è assolutamente analoga a quella di «zainetto» /*dzai.'net.to/. Foneticamente, i due dittonghi [ai] e [ia] sono identici se non per il fatto che nel primo il dorso della lingua percorre (diagonalmente) la distanza (millimetrica) che intercorre tra la posizione «bassa centrale» [a] del trapezio vocalico a quella «alta anteriore» [i], mentre nel secondo fa l’opposto… Lo stesso discorso s’applica a una parola come «avviamento», in cui foneticamente, non potendo -in un contesto «normale»- essere la seconda «a» accentata (neanche secondariamente), «ia» deve considerarsi dittongo e non iato, e la sillabazione (fonetica, non «morfologica») non può che essere /av.,via.'men.to/ (…o /,av.vja.'men.to/), concordemente col Devoto e con buona pace di Di Maida e della Setti (cfr. http://www-old.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=108&ctg_id=44 …ma lo scoglio piú grande qui è far capire alla gente che, anche usando un criterio «fono-morfologico» -che, per inciso, non mi garba punto- come per «viaggiare», «avviamento» rimane quadrisillabico, perché -ancora, foneticamente- «via», proprio come «mia», è un monosillabo. Per riuscire a «vedere» -«sentire» qui sarebbe inappropriato- cinque sillabe in «avviamento» bisogna applicare un criterio «morfo-morfologico» che parte da un bisillabico */'vi.a/, ma «via» può annoverato tra i bisillabi solo sulla base di considerazioni morfologiche, non fonetiche: infatti, nonostante i succitati problemi relativi alla definizione del concetto di «sillaba», [quasi] tutti sono concordi nell’affermare che foneticamente due vocoidi contigui appartengono sempre a un’unica sillaba… a meno che non siano separati da un differenza accentuale [ed eventualmente tonale per le lingue a tonemi, o anche solo prosodicamente tonale], da un colpo di glottide e/o da una pausa. E questo appunto perché, in mancanza d’una tale separazione, non vi sono ragioni fonetiche per suddividere il continuum di sonorità costituito dai due vocoidi […Teoricamente, possono sussistere anche ragioni (piú o meno stringenti) di natura «fonotattica», proprie di ciascuna lingua, che possono indurre a ripartire due vocoidi contigui in due sillabe distinte, ma non è questo il caso]).
Detto ciò, non sarò certo cosí categorico da non riconoscere che non possa tornare comodo, in alcuni contesti («morfologici», appunto), adottare una definizione di dittongo e iato (e sillaba) diversa da quella piú propriamente «fonetica» che ho qui ricordata, e piú in linea con quella «tradizionale», ma gradirei che, quando lo si fa,
lo si dicesse e non si «facesse finta» di star dando la piú «naturale» definizione possibile di questi concetti.
Se, alla luce di questo, Lei rimane interessato, come purtroppo credo, alla definizione «tradizionale» di dittongo e iato, la risposta Gliel’ha già data Vittorio, anche se -ahinoi- non sono solo le «grammatichette» a riportare questa definizione cavillosa e non fonetica, ma praticamente tutte le grammatiche italiane «serie», data l’impreparazione fonetica della quasi totalità dei nostri grammatici, anche dei piú grandi. Un riferimento bibliografico per tutti: Luca Serianni,
Grammatica italiana, «UTET», Torino 1989, cap. I.

P.S. Questo è un «forum di
discussione sulla lingua italiana», non uno spazio di consulenza linguistica gratuita. È vero che molti dei partecipanti (fra i quali anche il sottoscritto) hanno spesso svolto e continuano saltuariamente a svolgere -anche volentieri e sempre nei limiti delle loro possibilità- tale funzione, ma l’idea è che questa consulenza (ufficiosa e senza «bollino di garanzia») dovrebbe servire ad aprire un dibattito, e quindi risultare d’interesse anche a chi la presta, non solo a chi la riceve -il quale, a sua volta, non dovrebbe limitarsi a riceverla passivamente… Se Lei vuole la «pappa scodellata», temo proprio debba rivolgerSi altrove.

Autore : Infarinato - Email : p.matteucci@soton.ac.uk
Inviato il : 05/05/2004 alle 22.25.13


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