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***ci/gli, per una tematizzazione della percezione

Creato il: 03/05/2004 alle 18.08.46

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***ci/gli, per una tematizzazione della percezione
Caro Marco (mi permetto di chiamarla così), non le nascondo la mia soddisfazione, nonché il piacere di continuare ancora per un po' questo breve "dibattito". Lasciando a parte per un attimo i "laici" (vale a dire i "sitibondi"), vorrei rivolgermi al "chierico" (in questo caso lei, così indulgente e bendisposto) per fermare una riflessione sulla "percezione" nella lingua - naturalmente la pregherei, in tutta serenità, di ammonirmi qualora ritrovasse le mie argomentazioni eccessivamente deboli... In ultimo mi perdoni, se le premesse le risulteranno, come dire, un po' troppo "larghe". § Premessa prima: quel che intenderei con "tematizzazione della percezione" si potrebbe far procedere dalla teoria saussuriana relativa all' "arbitrarietà del segno", secondo la quale ogni lingua "analizza" a proprio modo la realtà imprimendo a questa una interpretazione in qualche modo individuale, indissolubilmente legata a una cultura data. Saussure in questo modo ha spiegato (per esempio) le differenze che si possono rintracciare nei vari "campi linguistici" di due lingue più o meno indipendenti, guardando il medesimo "campo semantico" (o stessa sfera concettuale etc.). Verrebbe utile introdurre quindi il concetto di "categoria interpretativa", sorta di specola percettiva da cui l'identità di un singolo individuo (soprattutto per la "connotazione"), o di un'intera comunità linguistica (soprattutto per la "denotazione"), osserva la realtà esterna catalogandola, classificandola, in ultimo, percependola. In altre parole, la nostra cultura diviene il "canale" attraverso il quale impariamo a conoscere il mondo (oltre ad essere la matrice stessa della lingua). § Premessa seconda: Tullio De Mauro, qualche anno fa, definì l' "italiano popolare" (non cito testualmente, mi perdoni) quella varietà di lingua parlata dagli incolti, vale a dire da coloro che non hanno la minima dimestichezza con la letteratura (giacché l'italiano è anzitutto lingua letteraria - o meglio, nasce come lingua letteraria etc.), da coloro, insomma, che non hanno "studiato" e che quindi si sono trovati più o meno costretti a far proprio qualcosa di estremamente complesso (ma pensi pure al passaggio dal "latino" al "latino volgare", ai mutamenti morfologici, fonologici, morfosintattici etc.). Quel che sarebbe successo, dalla fine dell'800 ad oggi, allora si potrebbe spiegare (come è stato fatto) entro i termini di un compromesso linguistico, tra una lingua di natura letteraria e le esigenze di un paese contadino (e se non contadino, direttamente coinvolto in una realtà ad ogni modo differente da quella presentata nei testi letterari - qui disturberei la sociolinguistica, la pragmatica, la linguistica testuale etc.). La conseguenza di questo "compromesso", seppure in forma diversa rispetto a un secolo fa, è ancora sotto i nostri occhi: i dubbi linguistici che, in questo "forum", chiedono di essere esplicati "indefettibilmente", ne sono una spia più che evidente. La lingua italiana, divenendo uno strumento di comunicazione (da letteraria che era) ha subito, appunto, un'attenuazione del proprio carattere letterario: in buona sostanza, come è noto, si sono semplificate alcune strutture morfologiche e sintattiche (cfr. "gli" indeclinato dativale, temi sospesi, il nostro "ci" attualizzante, il "che" polivalente-indeclinato, l'addio al corretto uso dei modi "congiuntivo" e "condizionale" etc.), dopo essersi verificato un incontro/scontro con una cultura sensibilmente più scabra e vacillante, rispetto a quella eterna e geniale della nostra tradizione letteraria. § Conclusione: valutare adeguatamente le strutture di una lingua, allora, potrebbe richiedere un attento esame soprattutto della cultura cui appartiene il parlante (e fin qui non vi è nulla di nuovo). Mi pare sia del tutto pacifico ricondurre l'apprendimento della lingua più a una buona lettura, costante e meditata, piuttosto che a uno studio indefesso della grammatica (e anzi direi che il secondo deve necessariamente seguire la prima). In questa prospettiva, domandarsi come sia possibile incontrare dubbi sull'uso del nostro "ci", ad esempio (senza apporre nessuna macchia su chi dubita ancora), si spiegherebbe indicando il livello di cultura posseduto dal parlante (e così si giustifica, in parte, anche la moda dell"anonimato" - di cui Lei mi ha detto - da parte di chi, forse, non vuol "tradire" la propria eventuale "incultura" - quando questa scelta, beninteso, non sia suggerita dalla volontà di limitare il proprio intervento a un pura occasionalità). Niente di più elementare. Tuttavia, a voler essere più attenti, la banalità di questa osservazione può complicarsi all'inverosimile, se coinvolgiamo le nostre "categorie interpretative". A un uso sistematico del "che" polivalente, ad esempio, corrisponderebbe non soltanto una povertà linguistica, ma direi soprattutto un disagio "culturale" - e se consideriamo la cultura come la fonte delle nostre "categorie interpretative", non ci stupiremo se il "parlante medio" (e "passivo") non sappia distinguere un "ci" locativo da un "ci" dativale (e non sto alludendo al metalinguaggio adottato dalla grammatica: alludo proprio alla "categoria interpretativa", quella stessa che può ammettere in una lingua, poniamo, il "duale" piuttosto che l' "aoristo", vale a dire quegli aspetti della lingua che un parlante potrebbe desumere dalla lettura o dall'ascolto abituale di chi adopera tale categoria interpretativa in modo ricorsivo e sistematico, interagendo con la realtà circostante etc.). La differenza che riscontreremmo tra Lei, ad esempio (ma mi perdoni se la coinvolgo direttamente), e un vigile con il quale ho dovuto discutere qualche giorno addietro, non risiederebbe nella Sua eccellente competenza grammaticale (attiva), ma proprio in un universo culturale "altro", lontano anni luce (e non dico peggiore, solo diverso), da quello posseduto dal caro vigile. La Sua lingua, a confronto di quella del nostro vigile, allora risulterebbe essere proprio una lingua diversa, con la quale tradurre ipso facto l'altra - ad esempio, l'enunciato seguente: "cche llei non cce la ddoveva mettere la macchina lì nelle strisscie ggialle", potrebbe tradursi in "le ho fatto la contravvenzione perché lei ha posteggiato nello spazio riservato ai residenti" [mi permetta comunque di chiarire: io stesso "ero" un residente, ma, ahimè, sprovvisto di "vetrofania"] - ma siamo sicuri che questa "versione" rispecchi fedelmente l'intenzione del nostro locutore? Il valore "causale" attribuito a quel benedetto "che", è quello giusto? (le ricordo, per fare un esempio illustre, il "che" dantesco del proemio, e tutta la letteratura sull'argomento), o forse bisognerebbe adottare una "categoria" nuova, simile a quella proposta da alcuni linguisti, ossia quella del "che eventivo" (pensando a una qualche affinità con l'avverbio "ecco") - all'uso del quale corrisponderebbe un impoverimento non solo linguistico, ma anche intellettuale. In sostanza, se il linguaggio aiuta a pensare, è anzi lo strumento con cui è possibile ordinare i pensieri e far nascere nuove idee da idee precedenti, anche un'innocua funzione locativa potrebbe aiutare il pensiero a definire meglio la realtà osservata, pensata e percepita (naturalmente, rivolgendosi a un interlocutore altrettanto avvertito). Chi studia letteratura (ma filologia), sa che a volte una differenza come questa può assumere notevoli pertinenze, e indicare la strada per dare nuova vita al testo - Lei potrà obiettare che nell'uso pratico della lingua queste differenze non hanno la stessa importanza; ma alle fondamenta di questa riflessione risiede anche il dubbio di essere io stesso incapace, a volte, di comunicare, poniamo, con un vigile, perché appunto adotto, forse a sproposito, categorie interpretative sconosciute a chi ha solo l'urgenza di compilare contravvenzioni o intrattenere i propri amici parlando di sport... Ma sto divagando troppo, e forse la sto annoiando con questione infondate e, in qualche modo, farraginose. A lei vanno i miei ringraziamenti per le Sue parole e la Sua considerazione.

Autore : Ladim - Email : lanona@tiscali.it
Inviato il : 03/05/2004 alle 18.08.46


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