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Questioni di fondo

Creato il: 29/03/2004 alle 11.15.38

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Questioni di fondo
Caro Vittorio, non ci sarebbe quasi bisogno che Le rispondessi, perché lo ha già fatto molto bene, e su quasi tutto, M. Qualcosina, però, la voglio aggiungere anch’io, e spero mi perdonerà se non toccherò tutti i Suoi punti, ché -Se ne renderà conto- di carne al fuoco ne ha messa davvero tanta.

0) Innanzi tutto, mi fa piacere notare che, dopo polemiche piú o meno inamene (sicuramente evitabili) e incursioni d’occasionali nonché anonimi interlocutori a proporre quesiti sconcertantemente banali (il che la dice lunga su quanto il problema dell’italoglossia, prim’ancora che dell’italofonia, sia attuale), in questa piazza si torni finalmente a parlare
anche di «questioni di fondo», ché la cosa cominciava seriamente a preoccuparmi.

1) Nel merito:
virgolette et al. Tutto vero quello che Lei dice sui PC… Molto meglio i Mac, che rendono assai piú agevole (ancorché non ovvia) l’inserzione di tali caratteri e che, fino a pochissimo tempo fa, prevedevano, per l’Italia, [solo] la tradizionale tastiera QZERTY (coi numeri rigorosamente in alto e tutti i caratteri accentati in basso) e che si sono ora piegati alle esigenze d’un mercato che vede molti utenti provenire dal mondo PC, e quindi ormai assuefatti alla QWERTY. Ma m’ha fatto soprattutto piacere che, invece di parlare astrattamente di «tastiera italiana», Lei abbia esplicitamente menzionato «chi ha scelto e […] chi ha avallato la composizione della tastiera “italiana” per i PC», perché il problema è proprio tutto qui. I francesi non usano una tastiera AZERTY o le virgolette angolari (opportunamente spaziate) né hanno un’Académie le cui préconisations non vengono magari sempre osservate, ma sono comunque sempre tenute in alta considerazione, per caso, ma perché, come gli spagnoli, e a differenza degl’italiani, a queste cose, in qualche modo, tengono. Il problema viene sempre dal basso, sicché -è evidente- noi abbiamo le tastiere (e la classe politica) che ci meritiamo.

2)
Percentuali di Ethnologue.com relative all’«indice di diversità». Su questo punto Le ha già ben risposto M. Al di là della loro eventuale non perfetta accuratezza/adeguamento ai tempi, le percentuali di Ethnologue.com da Lei riportate mi paiono abbastanza plausibili. In particolare, un rapporto 41 a 7 tra Italia e Regno Unito mi sembra ci stia tutto: a parte quattro gatti che parlano il gaelico in Iscozia e il bretone di Cornovaglia, cinque o sei che parlano l'irlandese nell'Irlanda del Nord (perlopiú «per ripicca»), un po’ di piú che parlano il gallese (resuscitato «a forza»), tutti gli altri «dialetti» inglesi non sono altro che variazioni fonetiche dello standard con l’occasionale aggiunta di qualche termine dialettale... Veneto, siciliano, lombardo -per non parlare del sardo- sono vere e proprie lingue distinte, morfologicamente diverse. Quanto alle minoranze linguistiche di Francia, Germania (ma anche d’Inghilterra e, ormai, Italia) di cui Lei fa giustamente menzione, si tratta -salvo aggiornamenti- pur sempre di «minoranze», appunto, il cui numero ufficiale di parlanti non è nemmeno sempre facilmente reperibile. Ma è assai probabile che in futuro, per l’Italia, bisogni includere anche arabo, swahili, etc.

2bis) Detto questo, siccome un atteggiamento perentorio è di per sé antiscientifico, mi preme ricordare che i «dialetti» italiani sono, per la stragrande maggioranza, pur sempre delle lingue
romanze, i confini tra le quali non sono sempre ben definiti/definibili, tant’è vero che c’è chi rifiuta tout court la [recente] inclusione dei dialetti settentrionali nel gruppo galloromanzo (per un assaggio, veda: http://www.mauriziopistone.it/discussioni/dialetti.html -interessante anche per il discorso sui già discussi limiti di Ethnologue.com).

3)
Fonologia dell’italiano regionale lombardo. Qui non ho ben capito se Lei stesse cercando di spiegare la distribuzione delle e aperte e chiuse in italiano regionale lombardo, o invece di capire se esistesse una «regola» generale al riguardo. Nel secondo caso, Le posso dire che la «regola lombarda» prevede /e/ per e (accentata) in sillaba non caudata (i.e. aperta) interna di parola, per e seguita da e, a e o, e, nel tipo non bergamasco-bresciano, in sillaba caudata (i.e. implicata) chiusa da nasale non seguita da altra nasale («bene», «idea», «entro»), /E/ per e finale di parola, e seguita da i e u, e in sillaba caudata chiusa da una consonante non nasale o da una nasale seguita da altra nasale («perché», «potei», «pazzesco», «penna»). Per cui in italiano regionale lombardo, diversamente che in dialetto lombardo e italiano standard, non si può parlare di una vera opposizione fonologica /e/ ~ /E/, /e/ ricorrendo solo in determinate posizioni e /E/ in tutte le rimanenti (e in quelle soltanto). Per la stessa ragione, non si possono individuare regole facili per passare dall’italiano regionale lombardo all’italiano standard, che, invece, come Lei ben sa, presenta una tale opposizione (e.g. in «pésca», attività ~ «pèsca», frutto). Per le eccezioni alla «regola lombarda» di cui sopra nonché una discussione delle discrepanze col soggiacente dialetto cui Lei faceva riferimento (e.g. «Còmm» ~ «Cómo»), La rinvio al §10.3 del piú volte citato MaPI2.

4)
Ortoepia. Nessuno qui intende «imporre» ai non fiorentini/non toscani/non centrali di conformarsi, nella loro quotidianità, alle «regole» dell’ortoepia italiana. Ma coloro che fanno un uso professionale della voce (attori, doppiatori, annunciatori, giornalisti radiotelevisivi «nazionali», etc.), nonché coloro che debbano occasionalmente pronunciare un discorso pubblico, forse dovrebbero… E qui non si tratta solo d’ortoepia («dizione»), ma anche d’ortologia («espressione»), che gran parte dei suddetti non sanno nemmeno dove stiano di casa -peggio: non ne sentono la necessità… Dice bene il Canepàri: «Purtroppo, sono tanti coloro (e soprattutto fra insegnanti di lingua -e letteratura- pure all’università, e pure tra i lettori d’italiano all’estero, che spesso sono l’unico punto di riferimento per molti studenti e anche insegnanti) che, di fronte al problema della pronuncia da usare, dicono: ‹Io pronuncio cosí da una vita, perché mai dovrei cambiare adesso?›. A guardar bene, tale posizione non è affatto diversa da assurdità come ‹Strimpello il piano da una vita, perché mai dovrei imparare a sonarlo (decentemente) adesso?›, oppure ‹Carbonizzo pietanze da sempre, perché dovrei migliorare proprio adesso?›.» (MaPI2, p. 38). È ovvio che studiare l’ortoepia (e l’ortologia) richiede uno sforzo -anche ai fiorentini-, ma, se si cominciasse a insegnare la fonetica nelle scuole (ripeto: la «fonetica», non necessariamente l’«ortoepia»), questo sforzo risulterebbe assai ridimensionato (e contribuirebbe anche a creare una maggiore consapevolezza linguistica nei confronti delle lingue straniere e del proprio dialetto)… Ah, e diversamente che per la distribuzione dei fonemi, per l’accentazione delle parole (comuni e dotte o specialistiche) fanno ovviamente fede tutti gl’italiani (di cultura medio-superiore), non solo i «centrali».

5)
Scientificità.
a) Aspetto banale/tautologico. In risposta all’intervento d’un occasionale (nonché becero e disarmantemente ignorante) frequentatore di questo forum, scrissi che la «lingua» non è (ovviamente) una scienza (bellissima a tal riguardo la frase di Hebbel recentemente citata da Marco1971), ma la «linguistica» sí, anche se (chiaramente) con un grado di rigorosità ben diverso da quello -diciamo- della fisica; sennò -e qui non mi rivolgo ovviamente a Lei, che sicuramente ha ben chiare queste cose-, ognuno sarebbe libero di dire le bischerate piú assurde, e di fregiarsi del titolo di grammatico, glottologo, dialettologo o fonetista.
b) Aspetto contingente/personale. Non so se sia piú o meno opportuno, in questo spazio, parlare in termini scientifici che in termini non scientifici, ma credo che sia senz’altro
possibile, a seconda delle circostanze, dell’argomento e degl’interlocutori, parlare ora negli uni, ora negli altri. Quello che Le «rimprovero» (si fa per dire), caro Vittorio, non è di parlare in termini non scientifici, il che è ovviamente liberissimo di fare, e spesso è anzi opportuno, ma semmai d’opporre, una volta che il Suo interlocutore ha spostato o -a maggior ragione- impostato la discussione su binari scientifici, argomentazioni che scientifiche non sono, il che -lo ripeto per l’ennesima volta- è piú che autorizzato a fare, ma inevitabilmente conduce a una situazione di stallo. Un esempio -e qui chiudo-: nel Suo intervento qui sopra, per contestare la legittimità delle percentuali di Ethnologue.com, sulla cui accuratezza -lo si è detto- abbiamo tutti le nostre riserve, nel caso del Regno Unito, Lei confonde (forse involontariamente) «inglese regionale» e «dialetto [piú o meno marcatamente] alloglotto», citando appunto una differenza fonetica tra due «inglesi regionali»: provi a coniugare il presente indicativo del verbo (regolare) «cantare» in sardo, piemontese e italiano -comunque si classifichino gli uni rispetto all’altro-, e noterà la differenza.

Autore : Infarinato - Email : p.matteucci@soton.ac.uk
Inviato il : 29/03/2004 alle 11.15.38


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