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Questioni di fondo

Creato il: 24/03/2004 alle 20.59.37

Messaggio

Questioni di fondo
Quel che Infarinato m'ha risposto sotto, con oggetto "«Scandalizzare» e altro", m'ha fatto molto piacere e, ora che me l'ha spiegata, apprezzo moltissimo la sua «ripicca» sulle virgolette caporali: mi permetto d'aggiungere che gl'Italiani sono stati aiutati a "dimenticarle", come altri segni ortografici, da chi ha scelto e da chi ha avallato la composizione della tastiera "italiana" per i PC. Non so se anche le considerazioni che espongo ora sapranno apparire «nel merito»; aspirano a esserlo, credo che in buona parte lo siano, e spero che qualcun altro intervenga a dire la sua; solo per questo ho aperto qui una nuova traccia (la vecchia è troppo «personalizzata» e, ormai, poco visibile).

In un suo intervento precedente, Infarinato aveva presentato un concetto che spero di non avere frainteso e di ricordare bene: diventa fastidioso danneggiare l'«armonia della lingua» con eccessive "insolenze" fonetiche. Mi sembra proprio questo un argomento convincente che si può invocare, da una parte, a favore della toscanizzazione della pronunzia dei nomi propri "altrui" nella parlata tendenzialmente "standard"; dall'altra, però, anche per giudicare inopportuno che "gl'italoglotti allofoni" s'impegnino a forzare verso il toscano le loro diverse pronunzie regionali, sviluppatesi, come ha bene scritto Infarinato, dalle parlate locali "sottostanti", in modi diversamente coerenti nonostante la possibile e sempre piú diffusa ignoranza dei dialetti storici.
Immaginatevi che bello, per tacere delle consonanti, se io mi ricordassi di dire 'stélle' ma non di dire 'bène', ecc. ecc.! L'esempio della diversa, ma non univoca, qualità delle 'e' nella parlata "italoglotta" dei Lombardi è soltanto, delle differenze con i «Centrali», quella notata piú frequentemente: non è nemmeno vero che i Lombardi "aprano" tutte le 'e', come troppo spesso si sente dire, sebbene le 'e' aperte lombarde, molte volte non coincidenti con quelle aperte dell' "italiano standard", lo siano comunque molto di piú di quelle "centrali". Anche le vocali "monofòne" posseggono diversi gradi d'apertura e chiusura: provate a pensare, ad esempio alla particolare pronunzia triestina d'un toponimo piuttosto semplice come 'Sistiana'. Tornando "a casa", per i Lombardi riesce innaturale aprire la vocale conclusiva d'una sillaba (come in 'bene'), o seguita da una nasale non rafforzata (come in 'Firenze' e in 'Bembo', carsico 'ur-problema'); qualcosa di simile si nota anche nel tipico e già discusso esempio di 'Como', in cui la 'o' aperta in dialetto (Comm), viene prevalentemente chiusa, da noi, nel toponimo italiano, non ossìtono. Questi sono solo modestissimi esempi e se ne potrebbero fare di simili per molte altre zone linguistiche d'Italia.

Ricordo poi un'altra affermazione d'Infarinato risalente ai promordi del Forum: la lingua scritta si sviluppa da quella parlata e non viceversa; vero, innegabile, però la maggior parte della comunicazione tra Italiani "colti" avviene ancor oggi per iscritto: un articolo ripubblicato 'in memoriam' sur un recente numero della «Crusca per voi» segnala proprio l'assenza, in Italia, d'un luogo storicamente deputato alla 'causerie', quale fu, ad esempio, la corte di Francia, tra i fattori del mancato sviluppo d'una lingua parlata nazionale: per secoli, nonostante la grandissima letteratura, almeno fino all'avvento del cinematografo con il sonoro. Nello "spettacolo globale" offerto oggi dalla televisione si percepiscono crescenti difficoltà con la morfologia e la sintassi elementari, e con il lessico. Ne sono indice, a mio parere, anche le perplessità mostrate da molti partecipanti a questo Forum per gl'invadenti solecismi radio-televisivi: perplessità piú frequenti e piú sentite per questioni, appunto, di lessico sintassi morfologia, che non di fonetica (se non da parte d'alcuni Toscani, infastiditi, forse meno di me, dalla pervadente "falsa milanesizzazione" della parlata televisiva). Molti solecismi vengono ormai rilevati anche in testi a stampa di qualità non infima, quindi non mi sembra del tutto inopportuno che si continui ad attribuire, nell'insegnamento, un ruolo primario alla scrittura dell'italiano: a mio parere sarebbe già un notevole passo avanti, per la fonetica, che gli annunciatori e gli intervistati "di rango" sapessero ridurre gli errori d'accentazione tonica, che rinunziassero, parlando di "banalità assolute", a quella fastidiosissima accentuazione delle parti del discorso che io chiamo "da sbarco su Giove in diretta". Porsi oggi l'obiettivo di portare i trentatré e piú milioni d'Italiani "allofoni" (secondo il sito "ethnologue.com" segnalato qualche mese fa dalla stampa italiana e ora, qui, "linkato" da Infarinato) a divenire "italofoni" in senso stretto, anche se non proprio campioni d' "ortoepìa", mi sembrerebbe quel che un tempo si diceva una bella "fuga in avanti".

Vengo ora all'argomento piú controverso e che piú mi sta a cuore, il terzo punto della risposta d'Infarinato. Ch' io tenda a spostare su binari «non scientifici» molte questioni è osservazione che mi viene rivolta ormai da molte parti, in toni e con animo diversi; forse può derivare dal non possedere io, come molti altri utenti di questo sito, ai quali è dedicato il Forum per discutere sulla lingua italiana, una formazione accademica in materia di lingua, ma anche, e credo in maggior misura, dal mio incoercibile ed esibito disamore, in ogni campo, per il gergo e i discorsi "settoriali".
Però mi sembrerebbe ingenuo credere, come a crederlo può forse indurre un'affermazione d'Infarinato, in sé diversa, che la «falsificabilità», sempre deplorevole, venga 'tout court' esclusa da un approccio detto, se non per tautologia, "scientifico"; inoltre, come m'è già occorso di scrivere un paio di volte, reputo ridicolo ammantarsi di "scienza" (non è –sia ben chiaro– il caso d'Infarinato né d'alcuno dei "partecipanti storici" al Forum) e poi "sparare", non importa con quali intenzioni, numeri e percentuali senza specificarne con adeguata chiarezza il metodo di calcolo. Anche scrivere nudo e crudo, per di piú in un sito che pure a me sembra molto ricco di notizie utili, che il 41% degli Italiani parlano l'italiano soltanto come seconda lingua; che, in un'area estensivamente "lombarda", quasi nove milioni parlerebbero, se prendiamo l'affermazione com'è scritta, non diversi adattamenti della lingua nazionale, che probabilmente richiederanno generazioni per confluire in un unico gruppo di "varianti locali" (se mai vi confluiranno), ma addirittura un gruppo omogeneo di dialetti "lombardi", di difficoltoso "interfacciamento" con l' "italiano standard" — tutte queste affermazioni mi sembrano, proprio perché non urlate nei microfoni da un arruffapopolo qualsiasi rivestito da ministro, ma presentate come "scientifiche", mi sembrano –dicevo– talmente madornali da consentirmi d'attribuire ad esse lo scopo malizioso di voler artatamente ridurre l'area di diffusione della lingua italiana e di farla regredire a parlata, pura sí o quasi, ma d'interesse poco piú che locale, alla stregua, quasi, del gaelico. Mi sono, infatti, "presa la briga" d'andare a vedere, quali "sconti purificatori", o, per dirla "scientificamente", quali 'diversity indexes', fanno invece, quei signori "etnologi", sull'inglese parlato nel Regno Unito, sul tedesco parlato in Germania e sul francese parlato in Francia: tutti Stati in cui, al fianco d'una lingua nazionale, ne vengono parlate varietà regionali e dialettali. L' "indice di diversità" applicato all'Italia è, come ho anticipato, del 41%, ossia, secondo il sito, circa 33 milioni d'Italiani parlerebbero l'italiano solo come seconda lingua, "nativa" o "appresa" (ignoro di quale gruppo dovrei fare parte: temevo già da tempo di non avere una "lingua madre"; adesso sono felice come un Ebreo di Varsavia nel 1942, perché so finalmente che è proprio "la grande scienza" che mi spiega quel che sono). Per la Francia, dove la presenza di comunità linguistiche d'immigrati –di vario rango– è molto piú consistente che da noi, l'indice scende al 24%; per la Germania (RFG), strapiena di Turchi, al 18% (al 14% per la 'felix Austria'); ma per il Regno Unito, qui sta il bello, precipita al 7%.

Credo che chiunque abbia posto piede oltremanica abbia osservato la grande variabilità di pronunzia, anche solo tra coloro che potremmo dire "Britannici". Trentacinque anni fa feci un soggiorno di studio in Iscozia; in varie parti del Regno Unito sono tornato spesso e, seppure fossi convinto, almeno fino all'altrieri, di conoscere bene l'italiano e solo in qualche modo l' "inglese", non m'era mai sembrato che la differenza tra la parlata prevalente nel Kent e quella nelle Lowland (un esempio, molto semplificato perché non dispongo dei caratteri fonetici: 'danhill' => 'dönhell') fosse cosí inferiore a quella tra torinesi e milanesi (indigeni) da dover considerare le prime come semplici varietà della lingua inglese non piú distinte tra loro che il reatino dall'abruzzese; le seconde, invece, come due lingue diverse tra loro ed entrambe, sia chiaro, diverse dall'italiano. Permettetemi di temere che ci sia "qualcosa di marcio in Europa".
Se qualche "italofono puro" è felice di quest'approccio, se lo goda; io, da periferico "gallo-romanzo", non lo sono per nulla. Sono anzi visceralmente infastidito da questa "scientificità" in gran voga e pregio: forse perché ha già dimostrato quanto riesce ad essere "utile" sin dai tempi del «Völkischer Beobachter», forse perché ho dovuto dedicare decenni a intuire numeri "d'inizio" attendibili sui quali basare i miei quotidiani calcoli quotidiani: calcoletti senza pretese, sia ben chiaro, molto terra a terra, artigianali, da «vile meccanico».

Mi sembra quindi piú onesto e utile l'approccio che a un tale, che troppo onesto non riesco a reputare, piacque definire "lirico". Vi siete mai trovati a spiegare a un adulto sprovvisto di cultura, ma non di spirito d'osservazione, come "funzionano" uno spettacolo teatrale, un pezzo di musica, un quadro? Tanti riferimenti di comodo non sono piú utilizzabili, tanti 'understatement', tante allusioni perdono ogni efficacia, la terminologia settoriale riesce del tutto "spuntata"; bisogna venire subito "al sodo" e non perderlo mai di vista, parlare appunto in termini apparentemente "non scientifici", spiegare, mirando a quello che sapeva fare, da par suo, qualcuno per le leggi economiche, in termini di chili di ferro, di quintali di grano e di numero di maiali. In una parola, non essere "autoreferenti". E le eventuali "falsificazioni" riusciranno molto piú comprensibili che non dietro a una cortina fumogena di regolette e indicatori numerici.

In altre parole, la "partita della lingua" mi sembra, oggi, parte essenziale della difesa d'una civiltà minacciata di perniciosa "infantilizzazione": si vende bene tramutando i bambini in acquirenti, si venderà ancora meglio tramutando gli acquirenti in bambini, sottraendo cioè loro lo spirito critico (e la "scienza" si sta rivelando «oppi dei popoli» molto piú affidabile che non tutte le superstizioni degli ultimi quattrocentomila anni). Tanto i costi li paga –almeno finora– "non si sa chi" (in realtà lo sappiamo benissimo). Limitarsi a parlare di lingua in termini mezzo-specialistici, per di piú in un ambito elettivamente di non specialisti, mi sembrerebbe un nuovo capitolo di quello che mezzo secolo fa (piú o meno) fu chiamato il «tradimento dei chierici».


Autore : Vittorio - Email : Vittorio.Mascherpa@rcm.inet.it
Inviato il : 24/03/2004 alle 20.59.37


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