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Quasi vero…

Creato il: 21/03/2004 alle 17.49.59

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Quasi vero…
Caro Vittorio, non intendo proseguire la «polemica», perché, da un lato, so che su questo punto non riuscirò mai a convincerLa (né Lei me) e, dall’altro, perché non era nemmeno mia intenzione entrarvi… Ma non so resistere alla tentazione di rispondere alla seconda parte del Suo intervento, perché il nocciolo della questione, come Lei certamente non ignora, sta proprio tutto qui.
Chi,
in italiano, dice «Trézzo» non si deve considerare un «fine dicitore» (o perlomeno non per il solo fatto di dire «Trézzo»), ma «Trézzo» è pur sempre la pronuncia italiana di quel toponimo lombardo… In italiano, dire «Trézzo» non è meno normale (o piú «scandaloso») di dire «Parigi» /pa'ridZi/ per «Paris» /pa'Ri/… Non mi vorrà dire che Lei, nel Suo italiano regionale lombardo, dice «Paris» ogni volta che intende riferirsi alla capitale della Francia?!
Il lombardo (coi suoi dialetti) è al pari del francese, del piemontese, del ligure, etc. una lingua «galloromanza», che ha la «sfortuna» (?) d’essere parlata entro i confini d’un paese la cui lingua nazionale è un’altra: l’italiano, appunto (lingua «italoromanza», che si compone dei dialetti toscano, umbro, centro-marchigiano, laziale, cicolano-reatino-aquilano, abruzzese, molisano, pugliese, di cui il primo -epurato delle caratteristiche fonetico-tonetiche [
non fonematiche!] dialettali- costituisce lo «standard» di riferimento: se ne ha voglia, dia un’occhiata qui: http://www.ethnologue.com/show_country.asp?name=Italy ).
Quando un lombardo (e, in generale, un italiano non toscano, non centrale) parla in «italiano», parla in realtà un «italiano regionale [lombardo]», trasportando la fonetica (ma, in parte, anche la struttura morfosintattica e il lessico) del suo dialetto nativo nella lingua nazionale (anche se poi, magari, il suo dialetto, non lo sa nemmeno parlare/capire)… Un parlante di questo tipo è sicuramente un «italoglotta», ma non -almeno non tecnicamente- un «italofono». Al diffondersi d’un tale equivoco tra italoglossia e italofonia molto ha contribuito la scuola [italiana], che da sempre idolatra la grafia e misconosce la fonetica, che -a pensarci bene- è l’unica branca della grammatica a essere completamente trascurata dall’insegnamento scolastico… E si badi: io qui parlo della
fonetica, non dell’ortoepia (che costituirebbe eventualmente un valore aggiunto).
Cosí, caro Vittorio, non è Lei che Si deve «scandalizzare» quando qualcuno,
parlando in italiano, dice «Trézzo», ma semmai questo qualcuno quando Lei, parlando in italiano, dice «Trèzzo» (…e taccio della diversa lunghezza e punto d’articolazione di quelle z). «Trèzzo» sarà anche la pronuncia nativa, ma «Trézzo» è la sua «traduzione» italiana, come «Parigi» è la traduzione di «Paris» (…e si badi che molte di queste «traduzioni» sono coeve agli «originali»), e, se, per snobismo, sfoggio, scherzo o semplice ignoranza dell’appropriata «traduzione», possiamo infilare nella lingua in cui stiamo parlando un po’ di parole pronunciate alla nativa, un loro abuso finisce per romperne l’armonia… Parlando in lombardo (in «lombardo», però, non in «italiano regionale lombardo»), ovviamente i ruoli si scambiano, anzi di piú, ché qui «Trézzo» non ha nemmeno la scusante d’essere la pronuncia «nativa».

Autore : Infarinato - Email : p.matteucci@soton.ac.uk
Inviato il : 21/03/2004 alle 17.49.59


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